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Racconti



Citazioni preferite da Emanuela Galli Ligal



Una cosa è certa: se l’opera d’arte perde a poco a poco quel carattere magico, quell’aura che possedeva ancora nell’Alto Medio Evo e mostra una tendenza che corrisponde al “disincantamento della realtà” operata dal razionalismo borghese, ciò avviene anche perché ormai essa non è più unica, ma si può cambiare e sostituire, grazie alla riproduzione meccanica.”

A. Hauser “Storia sociale dell’arte.”.

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Molto spesso “il meglio” è nemico del bene.

Dott. Diego Abbatangelo, psicoterapeuta rogersiano

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Nella Grecia antica gli uomini che soffrivano di gravi disturbi psicologici venivano tenuti in grande considerazione dalla comunità, che li riteneva ispirati dagli dei: “Vi è un segno sufficiente che il dio ha dato la divinazione alla dissennatezza umana: difatti nessuno che sia padrone dei suoi pensieri raggiunge una divinazione ispirata dal dio e veridica. Occorre piuttosto che la forza della sua intelligenza sia impedita dal sonno o dalla malattia, oppure che egli l’abbia deviata essendo posseduto da un dio.” (Platone, Timeo 71 e 72 a. in Colli 1977, p. 83)

Aldo Carotenuto “Nostalgia della Memoria”

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I problemi autentici non sono mai riferiti a fattori esterni, come la ricchezza, il prestigio, la bellezza, ma hanno sempre a che fare con la nostra anima. Si può pranzare nel più lussuoso ristorante del mondo o si può semplicemente mangiare un panino, ma in uno stato d’animo per cui è del tutto indifferente se si tratta dell’una o dell’altra soluzione, perché quello che conta è la soggettività che da valore all’esperienza.

Aldo Carotenuto “Nostalgia della memoria”

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Non si può comporre una poesia e dare spazio alla creatività, se si è troppo pieni di vita, se si è troppo gratificati dall’esistenza stessa: in questa condizione non abbiamo bisogno di fare e dire nulla - Non sto certo indicando nella privazione, nelle sole frustrazioni e perciò in una vita intollerabile, la situazione ideale per la creazione artistica; questo stereotipo romantico difficile da liquidare anche in tempi di edonismo strisciante, veste bene alcuni casi clamorosi (Leopardi, Van Gogh, Modigliani) ma è inutilizzabile in molti altri (il Goethe della maturità, lo stesso romantico Foscolo e tutti gli artisti accompagnati in vita dal successo, anche mondano, da D’Annunzio a Picasso). E’ innegabile che una sensibilità eccezionale può rendere un individuo più vulnerabile, e perciò più infelice, e può anche farne un artista, ma sono due effetti separati, l’operazione scorretta è fare del primo la causa del secondo. Questo non toglie che l’esperienza della solitudine rappresenti una condizione vitale – necessaria anche se non sufficiente – perché “scocchi la scintilla” dell’espressione artistica.

Aldo Carotenuto “Eros e phatos”

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La soluzione possibile è quella di accettare la contraddizione, ammettere l’idea che lo stesso obiettivo possa essere raggiunto da due direzioni completamente diverse. La mia esperienza terapeutica mi insegna che solo chi riesce ad accogliere alternativamente l’esistenza di varie possibilità, senza mai diventare paladino dell’una o dell’altra, sviluppa se stesso in maniera creativa. E questo perché, avendo sempre a che fare con dimensioni contraddittorie, si è costretti a strutturare all’interno una condizione di equilibrio, per evitare di essere lacerati. Ci si affida così interiormente e in modo contrario a chi affida il proprio senso di sicurezza all’unicità di una specifica soluzione. Dunque, per riuscire a tener conto delle varie possibili alternative, non possiamo che sviluppare una nostra dimensione creativa.

Aldo Carotenuto “Eros e phatos”

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La disperazione interiore, che coincide con la solitudine più intensamente vissuta, diventa uno stimolo, un messaggio, una possibilità di conoscere il significato di ciò che si sta vivendo e delle persone che ci stanno intorno. La persona creativa ha compreso che non esistono assoluti, nulla può essere un punto fermo a cui riferirsi: tutto può essere giusto e sbagliato nello stesso tempo. E questa comprensione rende impossibile la comunicazione con persone per le quali ancora esiste una precisa differenziazione tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra la verità e l’inganno. A questo punto siamo su livelli completamente diversi. Ciò che ci viene detto da altri non corrisponde alla nostra percezione interna e così per vivere abbiamo la sola possibilità di cogliere il nutrimento e il sostegno dalla nostra stessa interiorità.

Aldo Carotenuto “Eros e phatos”

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Pensa da ricco e cerca di sembrare povero.

Andy Warhol

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La felicità è una ricompensa che giunge a chi non l’ha cercata.

Anton Cechov

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Versinin: Allora, visto che ci negano il tè, consoliamoci con la filosofia.

Tuzenbach: Pronti. Da dove si comincia?

Versinin: da dove? Fantastichiamo per esempio sulla vita come sarà dopo di noi, tra duecento anni, o trecento.

Tuzenbach: Dopo di noi? Dopo di noi si volerà in pallone, le giacche cambieranno di taglio, magari scopriranno un sesto senso e se ne serviranno per cose mirabolanti, ma la vita resterà sempre la stessa fatica, mistero e felicità. E tra mille anni l’uomo sospirerà: “Ah, che pena vivere!” ma avrà paura di morire, proprio come adesso, e si aggrapperà disperatamente alla vita!

Anton Cechov “Tre sorelle” Commedia in quattro atti

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In origine l’umanità comprendeva tre sessi: gli uomini, le donne e certi esseri strani chiamati androgini, che erano maschi e femmine nello stesso tempo. Tutti questi individui però erano doppi rispetto a noialtri: avevano quattro braccia, quattro gambe, quattro occhi e via dicendo; e ciascuno di essi aveva due organi genitali, tutti e due maschili negli uomini, tutti e due femminili nelle donne e uno maschile e uno femminile negli androgini.

Camminavano a quattro gambe ma potevano procedere in ogni direzione come i ragni. Avevano un caratteraccio tremendo: possedevano una forza sovrumana e una sovrumana superbia, al punto da sfidare gli Dei come se fossero loro pari. Zeus in particolare era indignato per la loro tracotanza: non voleva ucciderli, per non perdersi i sacrifici, ma doveva pure reagire alle loro intemperanze.

Pensa e ripensa, un bel giorno decise di dividerli in due, in modo che ciascuna parte avesse due gambe e un solo organo genitale; e li minacciò che se avessero perseverato nell’empietà, li avrebbe divisi ancora in due in modo da costringerli a camminare a balzelloni su una gamba sola.

Dopo l’intervento “chirurgico” malgrado Apollo avesse provveduto a cicatrizzare le ferite, gli uomini erano diventati infelici: ciascuno di essi sentiva la mancanza dell’altra metà, i semiuomini cercavano i semiuomini, le semidonne desideravano le semidonne, e la metà maschile degli androgini correva dietro, disperatamente, alla metà femminile. Insomma, per ritrovare la felicità perduta, ognuno di loro non vedeva l’ora di riunirsi con l’anima gemella. Ed è appunto questa smania che si chiama Amore.


Risposta di Aristofane ad Eurissimaco durante il simposio sull’amore.

Dal saggio “Socrate” di Luciano De Crescenzo.

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Un gruppo di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini vicini, per proteggersi con il loro calore dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li spinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò ancora a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la posizione migliore. Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro insopportabili difetti, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, sta nella cortesia e nelle buone maniere. A colui che non mantiene quella distanza in Inghilterra si dice: keep your distance! Con essa il bisogno del calore reciproco viene soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. Ma chi possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.


Arthur Schopenhauer

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Dio guarisce e il medico intasca la parcella.


Benjamin Franklin

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He’s a fool and I don’t know it, but a fool can have his charms.

I’m in love and I don’t show it, like a babe in arms.

Love’s the same old sad sensation, lately I’ve not slept a wink,

since this half-pint imitation, put me on the blink.

I’m wild again, beguiled again, a simpering whimpering child again,

bewitched, bothered and bewildered am I.

Couldn’t sleep and wouldn’t sleep, when love came and told me I shouldn’t

sleep, bewitched, bothered and bewildered am I.

Lost my heart, but what of it? He is cold. I agree. He can laughs, but I love it, although the laugh’s on me.

I’ll sing to him, each spring to him, and long for the day when I’ll cling to him,


Bewitched” scritta da Richard Rodgers e Lorenz Hart

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Vivere è un po’ il contrario di esprimere.

Camus da “La signora nel furgone”di Alan Bennet

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Non siamo soltanto un pretesto, una voce, Macbeth, Amleto. Noi siamo Shakespeare. Abbi la forza di essere quello che è il tuo compito: uno strumento il più possibile risonante.


“Una delle ultime sere di carnevale” Carlo Goldoni

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Il temperamento artistico è una malattia che affligge i dilettanti.

Chesterton

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Ecco cosa penso: penso che non possiamo andare in giro a misurare la nostra bontà in base a ciò che non facciamo, in base a ciò che neghiamo a noi stessi a ciò a cui rinunciamo e che respingiamo. Credo che dobbiamo misurare la bontà in base a ciò che abbracciamo, a ciò che creiamo e a ciò che accogliamo.


L'ultima predica del prete giovane nel film “Chocholat” dopo la disfatta del bigottismo e la vittoria del cioccolato.

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Quello che gli altri ti rimproverano, coltivalo: sei tu


Cocteau

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No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. E’ impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli.”


Conrad

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La ricchezza non rende liberi, rende solo più occupati.


Cristoforo Colombo

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Gli uomini fanno le guerre perché hanno bisogno, anche loro, di sanguinare periodicamente.


Daniele Luttazzi

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A D., morta per propria mano


Cara, io mi domando se prima della fine

Hai mai pensato ad un gioco da bambini

Io so che lo conosci e ci hai giocato

Che hai corso lungo il muro di un giardino.

Come fosse un crinale di montagna

Erto sulla nevosa oscurità che si perdeva

Da entrambi i lati, in baratri profondi.

E quando l’equilibrio ti è mancato

Hai saltato, temendo di cadere e ti sei detta.

Per un istante solo: forse è così morire.


Era un’altra vita. Tu te ne sei andata

E più non giochi al gioco degli adulti

In equilibrio sul crinale, al buio

Corri e non guardi in basso

Né salti per paura di cadere.


Dalla biografia di Diane Arbus di Patricia Bosworth.

Poesia dedicata alla grande fotografa suicida, dal fratello poeta

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Ho sempre amato,

e te ne do la prova:

prima di amare,

io non ho mai vissuto pienamente.


Sempre amerò,

e questo è il mio argomento:

l’amore è la vita

e la vita ha qualcosa di immortale.


Se dubiti di questo,

allora io, amore,

nient’altro ho da mostrare,

nient’altro che il Calvario.


Emily Dickinson “Colloqui con le ombre”

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E la morte non avrà più dominio.

I morti nudi saranno una cosa

Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;

Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite

scomparse,

Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;

Benché impazziscono saranno sani di mente,

Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,

Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;

E la morte non avrà più dominio.


E la morte non avrà più dominio.

Sotto i meandri del mare

Giacendo a lungo non moriranno nel vento;

Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,

Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;

Si spaccherà la fede in quelle mani

E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;

Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;

E la morte non avrà più dominio.


E la morte non avrà più dominio.

Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,

Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;

Dove un fiore spuntò non potrà un fiore

Mai più sfidare i colpi della pioggia;

Ma benché pazzi e morti stecchiti;

Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;

Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,

E la morte non avrà più dominio.

Dylan Thomas “E la morte non avrà più dominio”

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io coltiverò dentro di

me con cura l’Inimitabile che è

solitudine, questi sogni unici

mai si macchieranno la veste


con fenomeni: questa

essendo condotta degna di


più ponderosi

desideri o

speranze meno

grandi delle mie”(aprendo le finestre)


e c’è una filosofia” in quello

stesso istante( saltò

nella


via)questa intensa subitanea maschera e

esprime “in quanto a me,poiché sono

esile e fragile prendo

da quel te in prestito contatti e da questo


te sensazioni,imitando alcune fatalmente


squisite”(avvolgendosi bene nella Propria

sciarpa)” cose intendo la

Pioggia non rispetta la gente

alla neve non importa un soffice

bianco accidente Chi tocca


E. E. Cummings

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Il politico è un deretano su cui

tutti ci si sono seduti fuorché un uomo.


E.E. Cummings da I x I (one times one)

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Il tuo più tenue sguardo

facilmente mi aprirà


benché abbia chiuso me stessa

come dita


sempre mi apri - petalo per petalo

come la prima primavera fa


toccando accortamente,

misteriosamente la sua

prima rosa


e io non so quello che c’è

in te che chiude e apre

solo qualcosa in me

comprende che è più

profonda la luce dei tuoi

occhi di tutte le rose.


Nessuno…neanche

la pioggia ha…

così piccole mani.

E.E. Cummings

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Quando Dio decise d’inventare

tutto fece un sospiro

più grande d’un tendone da circo

e tutto incominciò.


quando l’uomo volle distruggere

se stesso prese il fu

di sarà e trovando solo perché

lo ruppe in risposte


E. E. Cummings da I X I (one times one)

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Ti sembra strano?” Selva disse. “Non è strano. Non ti abbiamo mai veduto con una tua compagna, e desideriamo che tu abbia una compagna. Non possiamo desiderare che tu abbia una compagna?”

Guardava ardentemente uomo e donna.

Non possiamo desiderare questo per un uomo che ci è caro? Un uomo è felice quando ha una compagna. Non possiamo desiderare che un uomo sia felice? Noi lavoriamo perché gli uomini siano felici. Non è per questo che lavoriamo?”

E’ per questo” disse Enne 2

Non è per questo?” Selva disse. E sempre guardava uomo e donna. “Perdio!” disse. “Bisogna che gli uomini siano felici. Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici?” Parla tu ragazza. Avrebbe un senso il nostro lavoro?”

Non so” rispose Berta.

Ed era come se non avesse risposto, era seria; e alzò un momento la faccia, ma era come se non l’avesse alzata.

Avrebbe un senso tutto il nostro lavoro?”

No, Selva. Non lo credo.”

Niente al mondo avrebbe un senso. Vero ragazza?”

Non so.” Rispose di nuovo Berta.

O qualcosa avrebbe lo stesso un senso?”

No” rispose Enne 2 “Non lo credo.”

Avrebbero un senso i nostri giornaletti clandestini? Avrebbero un senso le nostre cospirazioni?”

Non lo credo.”

E i nostri che vengono fucilati! Avrebbero un senso? Non avrebbero un senso.”

No. Non avrebbero un senso.”

C’è qualcosa al mondo che avrebbe un senso? Avrebbero un senso le bombe che fabbrichiamo?”

Credo che niente avrebbe un senso.”

Niente avrebbe un senso. O avrebbero un senso i nemici che sopprimiamo?”

Neanche loro. Non lo credo.”

No. No. Bisogna che gli uomini possano essere felici – Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici. Non è solo per questo che le cose hanno un senso?”

E’ per questo.”

Dillo anche tu ragazza. Non è per questo?”


Elio Vittorini “Uomini e no”

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Ci abituiamo a poco a poco al buio

quando la luce è scomparsa ai nostri occhi,

come quando il vicino tiene in mano

il lume, testimone del suo addio.


Per un momento camminiamo incerti,

la novità della notte ci avvolge,

poi la visione si adatta alle ombre

ed avanziamo ritti sul sentiero.


Così accade in tenebre più vaste,

in quelle notti della nostra mente

quando a svelare un segno non c’è luna,

né sorge alcuna stella dentro l’anima.


I più audaci vanno un po’ a tastoni,

e sbattono talvolta con la fronte

contro un albero, colpendolo in pieno.

Ma non appena imparano a vedere


o la tenebra non è più la stessa,

o qualcosa si aggiusta nella vista

adeguandosi alla notte fonda,

e la vita procede quasi dritta.


Emily Dickinson “Colloqui con le ombre”

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I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.


Ennio Flaiano

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Vede, nell’amore di gruppo c’è almeno il vantaggio che uno può dormire.”


Ennio Flaiano

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Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.


Ennio Flaiano

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Chi non si aspetta l’inaspettabile, non lo raggiungerà mai.


Eraclito

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La follia è l’unica cosa capace di prolungare la giovinezza e tenere lontana la molesta vecchiaia.


Erasmo da Rotterdam da “L’elogio della follia”

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In altre parole se non siamo coinvolti nella realtà sulla quale stiamo riflettendo, se non siamo realmente interessati, tutto ciò che resta dei nostri processi mentali è l’intelligenza. Per intelligenza intendo la capacità di servirsi dei concetti, ma senza penetrare oltre la superficie dei fenomeni fino all’essenza delle cose. L’intelligenza preferisce manipolare la realtà, anziché comprenderla. La capacità di comprendere, la ragione (reason) è l’opposto dell’intelligenza manipolatrice (intelligence). La ragione presuppone sempre un rapporto con l’oggetto delle nostre riflessioni. Se non c’è rapporto, possiamo soltanto manipolare la realtà. Possiamo pesarla, misurarla e calcolarla, e confrontare i diversi fattori tra di loro. Questo tipo di intelligenza ha lo stesso carattere di astrazione dei nostri sentimenti e delle nostre sensazioni. La ragione può a volte apparire un lusso, eppure l’esistenza individuale e la vita dell’umanità possono talora dipendere dalla capacità di utilizzare la ragione per arrivare al nocciolo del problema, anziché limitarsi a manipolare la realtà con l’ausilio di un processo di pensiero meramente intellettuale, superficiale, che non penetra mai dentro le cose e, perciò, non può neppure modificarle.


Erich Fromm da “I cosiddetti sani - Patologia della normalità”

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Di conseguenza dobbiamo riconoscere che l’uomo ha bisogno di un quadro di riferimento e di un oggetto di devozione, che la sua vita deve avere un senso e un obbiettivo da raggiungere al di là della produzione e riproduzione di sé.


Eric Fromm da “I cosiddetti sani”

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La salute psichica sarebbe dunque la sindrome di una persona non alienata, relativamente priva di narcisismo, non angosciata e non distruttiva: in breve di una persona produttiva. Per usare una definizione concisa quanto generica, le persone psichicamente sane sono quelle capaci di interessarsi alla vita. Questo vale per ognuno; tuttavia la capacità di interessarsi alla vita non dipende solo da fattori individuali, ma in misura determinante anche da fattori sociali. Perciò per affrontare la malattia psichica e aspirare alla guarigione psichica, non serve da principio una terapia individuale. Si tratta per prima cosa e soprattutto di modificare quelle condizioni sociali che provocano malattie psichiche o mancanza di salute psichica nelle varie forme sopra descritte.


Eric Fromm da “I cosiddetti sani“

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Due sono dunque i motivi per cui l’assioma dell’innata pigrizia dell’uomo e del bisogno di questi di essere attivato dagli stimoli estrinseci del piacere o dolore ha dominato il pensiero della maggioranza degli psicologi: il primo è il ruolo centrale della macchina, insieme all’organizzazione del lavoro tipica della società industriale, l’altro è il bisogno di far sentire le persone in colpa per meglio manipolarle. Un bell’esempio di influenza ideologica è dato dai molti neurofisiologi che parlano di aree della ricompensa e della punizione come equivalenti di piacere e dolore. Si da per scontato che persino il cervello obbedisca alle leggi del pensiero cristiano-capitalistico, per il quale il piacere è una ricompensa e il dolore una punizione. Tuttavia il principio della ricompensa comincia a vacillare. Gli effetti della noia si manifestano in varie forme: nella mancanza di interesse di molti giovani per il lavoro, nella crescente diffusione delle droghe, nella violenza, nella disperazione, silenziosa o palese. Un numero crescente di persone sente che la noia di quaranta ore settimanali passate a lavorare non è né può essere compensata mediante un maggiore consumo, soprattutto se anche il consumo diventa noioso e non comporta più un aumento dell’attività, o una crescita della personalità e delle proprie capacità. Tra i lavoratori sono molto diffusi assenteismo e malattie psicosomatiche, e la scarsa gioia di lavorare si manifesta anche nella qualità scadente di molti prodotti.

Ci troviamo in una fase di grave crisi del sistema patriarcale, che ruota attorno ai massimi valori del dovere e dell’obbedienza e non alla vita, all’interesse, alla crescita, all’attività; i valori guida sono avere e usare non essere.

Non stupisce che sotto l’impatto della crisi sociale e culturale vengano messe in dubbio le vecchie dottrine, e che gli uomini cominciano a sospettare che il piacere intrinseco dell’attività sia più importante del piacere estrinseco legato al denaro e ai consumi.


Eric Fromm da “I cosiddetti sani”

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La popolazione dell’età tudoriana accettava la devastazione del sudore anglico così come accettava i danni delle inondazioni o la moria in massa del bestiame perché li riteneva eventi compresi in un vasto disegno incomprensibile e invisibile alle creature terrestri. L’autore del disegno era Dio, ma questa credenza era religiosa solo in senso lato: era più che altro una fede nella supremazia dell’ordine sul caos. Nessuno accoglieva di buon grado un’epidemia, eppure tutti traevano un qualche conforto dalla convinzione che il malanno era stato mandato da un Potere superiore per uno scopo preciso.


Da “Maria la sanguinaria” di Carolly Erickson

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Sto preparando il mio prossimo errore.

Sconosciuto

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Avere una grande illusione sull’illuminazione è essere un essere senziente, avere una grande illuminazione sull’illusione è essere un Buddha.


Da una conferenza di Ban Roshi al monastero di Tsho-ji, Tokyo 1982

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L’abitudine è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte. Per abitudine si vive accanto a persone odiose, si impara a portare le catene, a subire ingiustizie, a soffrire, ci si rassegna al dolore, alla solitudine, a tutto. L’abitudine è il più spietato dei veleni perché entra in noi lentamente, silenziosamente, cresce a poco a poco nutrendosi della nostra inconsapevolezza, e quando scopriamo d’averla addosso ogni fibra di noi s’è adeguata, ogni gesto s’è condizionato, non esiste più medicina che possa guarirci.


Un uomo” Oriana Fallaci

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Amarti, anzi accettarti, era davvero vestire i panni di Sancho Panza che segue Don Chisciotte e canta le sue poetiche folli bugie, vivere il sogno impossibile, combattere il nemico imbattibile, correggere l’errore incorreggibile, raggiungere le stelle irraggiungibili. E tutto ciò chiedendosi se in fondo al cuore anch’egli non sappia che sono altrettanto patetiche folli bugie, perciò rinnovando a ogni incrocio gli impulsi a fuggire che avrebbero sempre incrinato e insieme cementato il mio rapporto con te. Perché le stesse cose che mi allontanavano da te, già me ne accorgevo, mi portavano a te. Quasi che la diversità, anzi l’incompatibilità delle nostre nature fosse il cemento di cui gli dèi si servivano per tenerci insieme.


“Un uomo” Oriana Fallaci

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Quanto alla tua grande intuizione che le ideologie non reggano perché ogni ideologia diventa dottrina e ogni dottrina cozza contro la realtà della vita, l’incatalogabilità della vita, o quanto alla tua grande scoperta che gli schemi destra o sinistra non abbiano significato, che semmai si equivalgano perché entrambi sorretti da un alibi falso ed entrambi destinati a un identico approdo, il Potere che sciaccia, non eri stato capace né di formularla in termini di pensiero né di sostenerla rigorosamente coi fatti. Ora condensandola in patetici slogan, ora neutralizzandola col tuo cedere al lercio ricatto delle opposte barricate cioè col tuo schierarti dalla parte dei bugiardi che indossano le mutande con la parola Popolo ma per popolo intendono la folla che li applaude, l’avevi relegata nel frigorifero delle idee abbozzate o delle imprese impossibili. Soltanto attraverso il tuo caso personale, troppo unico, avevi detto che ogni essere umano è un ‘entità non generalizzabile e non riconducibile al concetto di massa, quindi la salvezza va cercata nell’individuo che rivoluziona se stesso.


Un uomo” Oriana Fallaci

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I progressi sociali e i cambiamenti dell’epoca si operano secondo i progressi delle donne verso la libertà e le decadenze di ordine sociale si operano in ragione della diminuzione della libertà delle donne. L’estensione dei privilegi delle donne è il principio generale di ogni progresso sociale.

Fourier 1808

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Domanda. “I libri cambiano la vita?”

Franca Valeri: “Tutti. La genialità degli altri si deposita e dà il suo frutto. Anche se non te ne accorgi.”


Intervista a Franca Valeri, sulla rivista “Sette” del Corriere della Sera.

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E poi tutto si fa improvvisamente chiaro. Queste voci che rievocano meravigliose esperienze culinarie, intingoli in obliabili, supremi manicaretti, accostamenti paradisiaci, hanno lo stesso timbro della voce di Villon che rammemora le belle dame del passato, les neiges d’antan. Come Proust c’insegna con la sua madeleine, il gusto è un prodigioso attivatore di ricordi, e intorno a noi - lo vediamo infine – si sta consumando un banchetto il cui vero scopo non è la breve voluttà gastronomica ma quella, interminabile, della nostalgia. Solo fra sei mesi, fra due anni, fra cinque anni questa cena irradierà tutti i suoi sontuosi sapori. Solo nel ricordo sarà veramente gustata, diventerà veramente indimenticabile.


Il cretino in sintesi” La panchina del moralista. Gastronomia retrò.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini

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Quando sono in tanti, i turisti, come appunto i nemici, sembrano a malapena umani. Trattati come numeri dalle loro agenzie, uniformati da berrettini di tela o paglia, da funeste trasparenze di canottiere e reggiseno, gli occhiali neri sulla fronte, la camera a tracolla, il souvenir di serie stretto in pugno, è impossibile per chi li vede sfilare considerarli individui. La loro massiccia ubiquità desta, se non furia omicida, fastidio, insofferenza; la mano tende a scacciarli come mosche, l’occhio e la mente si sforzano di cancellare la loro presenza, di guardare le porte del duomo, l’affresco nella seconda cappella, la nobile scalinata, come se quei corpi sudati non fossero lì a occludere prospettive, nascondere particolari, mutilare statue.

Anche a non mettere nel conto le lattine e le plastiche che lasciano ovunque, i graffiti con cui deturpano indelebilmente absidi e colonnati, anche postulando milioni di gentiluomini civilissimi, che non ascoltino radioline, parlino a bassa voce, si spostino in punta di piedi, la loro capacità di distruzione estetica resta tuttavia enorme.

Mille turisti in un chiostro significano, in pratica, l’annullamento del chiostro. Cento turisti davanti a un Caravaggio equivalgono alla soppressione del Caravaggio. Perduta è la concentrazione, perduto il lento approccio contemplativo, quel girare attorno, quell’inclinare la testa, quell’attiva messa a fuoco di ciascun dettaglio, quel passivo assorbimento dell’insieme, quel lasciare che la memoria sistemi a poco a poco il capolavoro in mezzo ad altri capolavori, precedenti, coevi, seguenti.

Gomiti nudi ti si piantano sbadatamente nei fianchi, spalle e pance ti premono da ogni parte, teste con la permanente si sovrappongono alle teste di Oloferne, di Giovanni Battista. Con quale diritto?

E’ un test durissimo per chi si crede tollerante, democratico.


Il cretino in sintesi” Viaggi e avventure.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini

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A questo proposito assume particolare interesse la tesi di Helmut Schoeck secondo la quale l’invidia è uno tra i più importanti motori sociali sia nelle società comuniste, sia in quelle capitaliste. Nelle prime, infatti, si utilizza l’invidia proletaria in funzione rivoluzionaria per instaurare un’uguaglianza in cui si svuotino le ragioni stesse dell’invidia; nelle seconde si produce e si vende invidia per stimolare l’emulazione e quindi lo sviluppo del mercato. Inoltre non sfugge a nessuno che nelle stesse società capitaliste molte politiche assistenziali e certe scelte economiche e finanziarie degli Stati moderni possono essere lette come modalità sofisticate per calmare l’invidia che minaccia sempre di tradursi in rivoluzione possibile, anche se abbellita da nobili ideali per coprire profondi risentimenti.

Da queste considerazioni emerge che “l’invidia è quel sentimento che non sopporta il proprio limite naturale in forza di una ragione sociale, perché è la società che decide del valore degli individui”, e nelle società capitaliste il criterio di decisione è il successo. Nell’assunzione di questo criterio di riconoscimento cade, chiara come la luce, la differenza tra destra e sinistra. “Ogni individuo, infatti, potrebbe accettare il proprio limite” se poi, a riconoscimento avvenuto, la società non facesse cadere quest’individuo nell’irrilevanza.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Invidia

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Anche la vita è malata con le approssimazioni e le incertezze segnalate dalla biologia contemporanea, per la quale la vita è una specie di tumefazione incidentale della materia, un caso trasformato in necessità.

Malato è anche il logos spezzato in lingue nazionali, se non addirittura regionali, quando dovrebbe portare con sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione. Ma se tutte le grandi entità sono malate e se la cultura viene a mostrare le loro malattie come costituzionali, come non parlare della malattia dell’uomo che a ogni passaggio di stagione attende qualcosa di nuovo, come Samuel Beckett ben descrive nei personaggi di “Aspettando Godot”?

Con questa libertà totale, tipica di noi occidentali, non rischiamo di approdare semplicemente al messaggio reso dall’assenza di messaggio, quindi all’anti-parola, all’anti-senso, all’anti-discorso, all’anti-natura, all’anti-uomo, in un clima d’attesa, dove nessuno è veramente atteso se non il giorno successivo che sarà uguale al precedente?

Qui nasce l’accidia che, a questo punto, più che un vizio capitale sembra essere l’atmosfera del nostro tempo. A meno che questa malattia dello spirito che affligge la nostra cultura, a differenza delle malattie fisiche e di quelle mentali, non sia stimolo per nuove creazioni di senso. E allora malati possono essere gli dèi, il cielo, la luce, il tempo, la vita, ma a differenza dell’uomo essi non sono suscettibili di guarigione. Conoscendo la sua malattia, l’uomo non aggiunge un più di infermità all’infermità dell’essere, ma può tradurre l’infermità in salute, il caos in creazione. Del resto già Nietzsche assicurava:

Bisogna avere ancora del caos dentro di sé , per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi.

Se l’accidia non spegnerà questa stella e non ci farà ripiombare nella noia della ripetizione, allora anche la riflessione su questo vizio capitale avrà lasciato la sua traccia, non inutile , non smarrita.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Accidia

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I mezzi di comunicazione come mezzi di omologazione. La società conformista, nonostante l’enorme quantità di voci diffuse dai media, o forse proprio per questo, parla nel suo insieme solo con se stessa. Alla base infatti di chi parla e di chi ascolta non c’è, come un tempo, una diversa esperienza del mondo, perché sempre più identico è il mondo a tutti fornito dai media, così come sempre più identiche sono le parole messe a disposizione per descriverlo.

Il risultato è una sorta di comunicazione tautologica, dove chi ascolta finisce con l’ascoltare le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente dire, e chi parla dice le stesse cose che potrebbe ascoltare da chiunque. In un certo senso si può avanzare l’ipotesi che la diffusione dei mezzi di comunicazione che la tecnica ha reso esponenziale tende ad abolire la necessità della comunicazione là dove è abolita la differenza specifica tra le esperienze del mondo che sono alla base di ogni bisogno comunicativo.

In questo modo le psicologie a orientamento cognitivista e comportamentista perdono il loro oggetto specifico che è la “psiche”, e gli individui “perdono l’anima”, realizzando quell’armonia prestabilita di leibniziana memoria che, improbabile tra “monadi senza porte e senza finestre”, viene attuata tra monadi esposte l’una all’altra, perché sono cadute le pareti che separano il “dentro”

dal “fuori”, così come quelle che consentono di distinguere un individuo da un altro individuo. Infatti, nelle società omologate, la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Conformismo

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La crisi dell’identità personale. Viene ora da chiedersi: quali sono gli effetti della cultura del consumismo sulla costruzione e sul mantenimento dell’identità personale? Disastrosi. Perché là dove le cose perdono la loro consistenza, il mondo diventa evanescente e con il mondo la nostra identità. E’ infatti fuorviante considerare la cultura del consumo come cultura dominata dalle cose, perché nel consumo le cose si fluidificano. Prive di consistenza, di durata, e al limite di utilità, le cose esistono solo per essere consumate e, dove resistono al consumo, per essere sostituite da prodotti “nuovi e migliori” che l’innovazione tecnologica porta con sé.

In un mondo dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all’obsolescenza immediata, l’individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perché quell’ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo.

Là infatti dove un mondo fidato di oggetti e di sentimenti durevoli viene via via sostituto da un mondo popolato da immagini evanescenti, che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono, diventa sempre più difficile distinguere tra sogno e realtà, tra immaginazione e dati di fatto.

Declinandosi sempre più nell’apparire, l’individuo impara a vedersi con gli occhi dell’altro. Impara che l’immagine di sé è più importante delle sue capacità. E dal momento che verrà giudicato da chi incontra in base a ciò che possiede e all’immagine che rinvia, e non in base al “carattere” come accadeva nelle epoche non consumistiche, tenderà a rivestire la propria persona di teatralità, a fare della sua vita una rappresentazione, e soprattutto a percepirsi con gli occhi degli altri, fina a fare di sé uno dei tanti prodotti di consumo da immettere sul mercato.

Priva di un mondo costante, durevole e rassicurante nella sua solidità, l’identità diventa incerta e problematica, non perché l’individuo non appartiene più a precise categorie sociali, ma perché non abita più un mondo stabile e dotato di esistenza indipendente. Là infatti dove il mondo è di continuo creato e ricreato e gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti “usa e getta”, destinati all’obsolescenza immediata, il consumatore considera il mondo come un riflesso dei suoi desideri e delle sue paure.

Non più una realtà solida, durevole e palpabile, ma una vita psichica vissuta senza un senso costante di sé, che naufraga in una serie di riflessi fugaci nello specchio dell’ambiente circostante. Qui la differenza tra realtà e virtualità diventa sempre più vaga, come vaga diventa la propria identità e indefinito lo spazio della libertà.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Consumismo

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I bambini che muoiono di fame in Somalia, gli stupri di massa delle donne in Bosnia, i massacri di Timor Est, i senzatetto nelle nostre strade sono fatti riconosciuti, ma non sono percepiti come un elemento di disturbo psicologico o carichi di un imperativo morale ad agire. Il diniego implicito che qui scatta è lo stesso per cui, di fronte a un incidente stradale, i testimoni si dileguano, perché “il fatto non ha niente a che fare con loro”, perché “ci penserà qualcun altro”.

Ogni tipo di diniego comporta una falsificazione della nostra condizione psicologica. Nel diniego letterale non si vuole sapere ciò che si sa, in quello interpretativo si vuole evitare, attraverso una riformulazione di comodo dei fatti, di essere interpellati legalmente o moralmente, in quello implicito si visualizzano i fatti come estranei alla propria competenza, in modo da sentirsi esonerati da un pronto intervento.

Per arrivare a queste conclusioni è necessaria una falsificazione del nostro apparato cognitivo (non riconoscere i fatti che si conoscono), emozionale (non provare sentimenti di fronte a fatti che li sollecitano), morale (non riconoscere nei fatti alcuna valenza di ingiustizia o di responsabilità, e di azione (non agire in risposta a quanto conosciamo).

Contro il diniego, non dobbiamo invocare la verità, che talvolta nemmeno a noi stessi possiamo ammettere, ma quel principio che la Rivoluzione francese ha messo in circolazione, e che è stato finora del tutto ignorato: non l’uguaglianza, non la libertà, che nel Novecento hanno contrapposto la visione comunista e capitalista del mondo, ma la fraternità. L’abbondanza di informazione, che è il tratto tipico del nostro tempo, ci rende infatti responsabili di ciò che sappiamo e, se non diventiamo sensibili alla fraternità, di fronte a quel che sappiamo diventiamo irrimediabilmente immorali, a colpi di diniego.


Umberto Galimberti “Vizi capitali e nuovi vizi” Diniego

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La globalizzazione non incide solo sui mercati, sull’occupazione, ma anche sulla qualità dei cibi sempre più indifferenziati, quindi sul gusto che evoca un’appartenenza, un reciproco riconoscimento, un’identità specifica e una memoria individuata.

A che cosa ci possono ricondurre i convenience-foods, come gli americani chiamano quelle minestre istantanee, quelle pietanze in polvere, quei cibi precotti, surgelati o da riscaldare che spesso è possibile mangiare direttamente dalla confezione, o i junk-foods, che sono poi quegli hamburger indigesti, quelle patate fritte che navigano nel grasso, quelle merendine per bambini che sembrano fatte apposta per diseducare al gusto e quindi all’emozione, alla rievocazione, alla memoria?

A questo degrado del cibo si aggiungono oggi i cibi transgenici che accontentano più l’occhio di quanto non soddisfino il gusto e l’olfatto. Quasi una riproduzione a livello alimentare dei comportamenti sessuali, che oggi si affidano più al voyeurismo dei corpi (che per analogia possiamo chiamare “transgenici”) che al contatto di corpi normali.

In questa perdita dei sensi più primitivi che sono il gusto, l’olfatto e il tatto, io vedo nell’uomo occidentale una sorta di impoverimento del cervello antico che ci fa provare emozioni, che ci induce fantasie, che ci difende istantaneamente dai pericoli e ci butta fragorosamente nella gioia, a tutto vantaggio della corteccia cerebrale capace di ragionare, ma sempre meno di sentire e provare emozioni.

Dopo la desessualizzazione dei corpi, oggi regolati più dall’igiene che dal piacere, ci stiamo avviando verso la deprivazione del gusto. Ma non basta. I cibi transgenici aggiungono a questa deprivazione quel tanto di ansia di avvelenamento che rende il rapporto con il cibo, già di per se complicato e ricco di connotazioni psichiche, un rapporto inquieto. Un altro passo verso la riduzione della gioia, la più elementare, quella intorno alla tavola che, dalla notte dei tempi, è il luogo eminente dove gli uomini hanno stretto amicizia e creato società


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Gola

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Per questo i filosofi, da Aristotele a Nietzsche, hanno sempre pensato e detto che la salute del corpo e l’equilibrio della mente non si mantengono con la repressione delle passioni o peggio con la loro rimozione, ma con la loro “misurata espressione”. Scrive infatti Aristotele:


Adirarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa.


Qui ci vuole intelligenza, quell’intelligenza che Nietzsche così descrive:


Tutti sono convinti che l’intelligenza sia qualcosa di conciliante, di giusto, di buono, qualcosa di essenzialmente contrapposto agli impulsi, mentre essa è solo un certo rapporto degli impulsi tra loro.

L’ira, infatti, è un modo di riaffermare se stessi e il proprio mondo dei valori. Eppure, chissà perché una donna arrabbiata è un’”arpia” una “megera”, una “strega”, una “bisbetica”, un’”isterica”, chissà perché non “grida” o “urla”, ma piuttosto “strilla” o “sbraita”, e se risponde a chi la provoca è “petulante”, mentre l’uomo quando si adira è “per una causa giusta”, perché “non si fa mettere sotto”, perché “ha le palle”.

Oggi abbiamo solo rabbie private e solo un’esile traccia delle rabbie collettive. Giusto il G8 e il popolo di Seattle. Giusto i palestinesi che il 6 Febbraio di ogni anno celebrano il “giorno della rabbia”, per dire che ci sono questioni che esigono giustizia e la chiedono con l’unica forza a disposizione di chi non ha potere: la forza dell’emozione, che dobbiamo imparare non solo a conoscere ma anche a capire, per evitare che la deprecazione della rabbia nasconda l’ingiustizia, e il rispetto delle buone maniere occulti, fino a renderli invisibili, i più nefandi giochi di potere.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Ira

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La lussuria, che nelle cose d’amore gioca un ruolo più decisivo della carne fissata nel perimetro di un corpo marcato da un solo sogno sessuale, dice con chiarezza queste cose che la nostra storia ha sempre saputo e taciuto, e cioè che anche nelle cose d’amore l’uomo ama solo la sua creazione, quindi non la natura, ma la sua trasfigurazione, a cui la lussuria perviene attraverso la fantasia che, oltre a essere il tratto tipico dell’uomo, è anche il potenziale sovversivi di ogni ordine.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali ei nuovi vizi” Lussuria

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Io desidero il mio desiderio, e l’essere amato non è altro che il suo accessorio.


R. Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso” (1977)

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Là dove un seno reclamizza un telefonino e un paio di cosce un’automobile di lusso, allora dobbiamo dire che il mondo delle merci e la pubblicità che lo reclamizza sono diventati i veri proprietari del corpo femminile, per lo meno nella sua immagine sessualmente attraente. Che poi le donne possiedano un corpo, al di là della sua utilizzazione pubblicitaria, diventa un fatto puramente casuale e d’importanza secondaria.

Nel momento infatti in cui l’attrazione sessuale diventa attrazione per le merci, la sessualità cessa di essere un tabù. L’odierna mancanza di pregiudizi sulle cose del sesso, il crollo della pruderie, lungi dall’essere un’emancipazione progressista, sono figli della libertà della pubblicità, quindi un fatto esclusivamente commerciale.

Il risultato, per paradossale che sia, è che ciò che è normale non attrae, e ciò che è ovunque diffuso e disponibile spegne il desiderio. Infatti, quando cessa di essere enigmatica, la sessualità diventa crudele, perché mi esclude dalla possibilità di scoprire.

Il corpo spogliato e artificialmente prodotto per la seduzione erotica non dispiega una scena attorno a se, in cui anche le cose dicono le sue intenzioni, ma è semplicemente messo in scena, e perciò è o-sceno, perché è offerto secondo quelle regole del gioco che lo fanno più nudo di quel che sia. Nudo della nudità del cerimoniale erotico che rende il corpo inespressivo, perché ogni espressione è demandata alle vesti, agli accessori, ai gesti, alla musica, alle luci, secondo le tonalità che la tecnica sapientemente distribuisce per creare il desiderio al solo scopo di arrestarlo davanti alla “messa in scena”, dove non si celebra la sessualità del corpo ma la sua castrazione. In questo senso la seduzione erotica gioca con la morte, e quindi, per sadica che sia, è sempre irrimediabilmente masochista.

A questo punto è inutile che psicologi e sociologi ci vengano a dire che gli uomini hanno paura delle donne. Se il modello di riferimento è il corpo nudo della donna-copertina che gli stilisti incessantemente ci propongono, ebbene si tratta di una donna desessualizzata nel momento stesso in cui gli stilisti la vestono o la spogliano, mettendo così in scena una sorta di spettacolo della paura, come se l’erotismo dovesse arrestarsi alle soglie dei loro abiti, portati con quei gesti rituali che vogliono a un tempo provocare l’idea del sesso e insieme la sua interdizione.

Dopo aver ridotto il pubblico a semplice rappresentazione di un generico voyeurismo, questo sguardo, che teme la donna, maschera la sua paura accarezzando il corpo femminile con tutta la delicatezza del suo raffinato manierismo e, dopo aver agghindato la sua creatura con tutti gli accessori e gli stereotipi di cui è capace, finisce per inghiottirla nell’insignificanza, ostentando la sua nudità al solo scopo di renderla inaccessibile, e al limite esorcizzarla. Alcuni frammenti di erotismo, appena accennati dalla deambulazione sulla passerella, sono riassorbiti in quel rituale rassicurante che è il sistema (economico) della moda, che cancella l’elemento della sessualità femminile con tanta decisione e sicurezza, quanto un buon vaccino può fare nei confronti di una malattia infettiva

E allora a fiumi quell’erotismo stereotipato che allontana il corpo della donna nel favoloso e nel romanzesco, all’unico scopo di ridurre la donna a puro e semplice oggetto travestito,

al punto che, se il nudo traspare, resta anch’esso un nudo irreale, perfettamente chiuso come un bell’oggetto sfuggente e astratto per la sua lontananza e stravaganza rispetto alla consuetudine umana. Nella moda, infatti, tutto ciò che è femminile, seducente e invitante è avvolto in quell’atmosfera di purezza diafana che spranga la femminilità, come potrebbe fare una porta trasparente e blindata di una gioielleria, dove la donna è esposta come una pietra preziosa e, in questa preziosa esposizione, irriducibilmente ridotta a oggetto totale e inutile.

L’ondulazione debolmente ritmata delle modelle in passerella, contrariamente al giudizio corrente, non è per nulla un fattore erotico, anzi probabilmente è addirittura il contrario: serve a scongiurare il timore dell’immoralità. Non c’è infatti nulla di più efficace del gesto ritmato e cadenzato, gesto rituale visto mille volte, per ricoprire di monotonia l’intenzione allusivamente sessuale, dove il sesso gioca un ruolo parassitario, in una lontananza che lo rende per lo meno improbabile. Questa lontananza nasconde la donna sotto l’indifferenza glaciale dell’abile professionista, rifugiata con alterigia nella certezza della tecnica che la riveste più dell’abito che indossa.

E allora, nonostante il suo innegabile tripudio e la sua ostentazione senza limiti, a me vien da dire che, nella nostra consumata cultura, non c’è più sessualità, perché ciò che si persegue è la parodia della sessualità, già ampiamente controllata dai produttori della sessualità, che l’hanno iscritta nella contrattazione e nella ripartizione, dove ciò che si legge è solo l’estinzione del desiderio e il suo inganno.

Infatti nel proliferare incontrollato di immagini sessuali, sulle strade, sugli schermi, sulla carta stampata, la sessualità è estinta in ciò che ha di potenzialmente sovversivo e creativo, perché ciò che si lascia circolare sulle strade, sugli schermi, sulla carta stampata, è solo la ripetizione monotona di una promessa mancata.

Nel sesso, infatti, parla l’altra parte di noi, quella follia notturna che l’Io diurno tiene a bada per garantire la vita di ogni giorno. L’ostentazione indiscriminata della sessualità, con le sue regole di contrattazione e ripetizione, non libera quella follia, ma ribadisce a ogni insorgere del desiderio l’ineluttabilità della sua sconfitta.

L’alleanza tra amore e morte appare qui in tutta la sua evidenza, perché la continua esibizione della sessualità non offre sesso, ma professionismo, produttivismo e ripetizione: le regole diurne dell’Io, non gli sconfinamenti di quella follia notturna che ci abita e che trova nella sessualità non professionale, non contrattata e non ripetitiva, la sua prima parola.

Di qui l’invito a oltrepassare l’immaginario sessuale per entrare davvero per gioco, dove da esperire non ci sono più le solite oscillazioni tra codici e devianze, ma più semplicemente - e qui la semplicità diventa abisso – l’incontro con il ritmo dell’indicibile, di “ciò che non si riesce a dire” (Platone), di “ciò che non si può dire” (Freud) perché abita l’inconscio o, come vuole ancora Platone, “il fondo enigmatico e buio” quell’inarticolato che resta al di là dell’articolazione di tutte le parole.

Questa parola temuta, questa parola da cui ogni giorno con le nostre regole ci difendiamo, questa parola che parola non è, ma piuttosto spasmo e grido, è tenuta a bada dalla sovraesposizione della sessualità, che svolge l’unico compito di farci assaporare non le cose come veramente sono, ma le immagini rarefatte e inscrivibili in quei testi e contesti dove a esser fuori scena è sempre e solo la sessualità in quel che di più profondo ha da dirci. Per questo, lo ripetiamo, la sessualità è “o-scena”. La “scena” infatti è occupata solamente dalla sua recitazione , se non addirittura dalla sua parodia.

Che sia qui, nell’elisione della sessualità vera e propria, la funzione sociale dell’odierna overdose di sessualità? Al seguito di tutte le figure d’ordine, anche questa overdose svolge il suo: volatilizza il nostro desiderio nell’immaginario e lo arresta al limite della visione.

Non oltrepassando quel limite, l’individuo evita di mettere in gioco la sua identità, e la società il suo ordine. In quest’orgia di immagini, tutto resta integro.


Umberto Galimberti “Vizi capitali e nuovi vizi” Sessomania

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La psicoanalisi a orientamento freudiano vede l’origine della personalità sociopatica nei primi rapporti del bambino con la figura materna inconsistente, affettiva o ambigua, da cui scaturisce la successiva costituzione psicologica caratterizzata da un Io debole, da un Super-io assente, con conseguente mancanza di rimozione delle richieste pulsionali dell’inconscio, che verrebbero immediatamente agite e non differite ed elaborate. Di qui la proiezione continua dell’aggressività sul mondo esterno.

Penso ai ragazzi del cavalcavia, all’assassinio di Marta Russo, alle minorenni di buona famiglia che a Chiavenna uccidono una suora, alle loro coetanee di Castelluccio dei Sauri che ammazzano una loro amica, allo studente di Sesto San Giovanni che per amore accoltella la sua compagna di scuola, a Erika e Omar la cui vita sembra ormai segnata dal loro tragico gesto, per chiudere qui l’elenco, senza dimenticare le madri che spengono la vita dei figli che esse stesso hanno generato. Queste tragedie non possono essere sbrigativamente liquidate come “casi psichiatrici” e qui relegate e rimosse. La ricorrenza di storie come queste, ormai troppo frequenti, obbliga tutti noi a una riflessione più seria.

Disponiamo ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenerci dal gesto? Esiste nella nostra cultura e nelle nostre pratiche di vita un’educazione psicologica che ci consenta di mettere in contatto e quindi di conoscere i nostri sentimenti, le nostre pulsioni, la qualità della nostra sessualità ei motivi della nostra aggressività? Oppure il mondo emotivo vive dentro di noi a nostra insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sappiamo dare neppure un nome? Se così fosse di fatti simili a questi a cui abbiamo accennato aspettiamocene molti, perché è difficile pensare di poter governare la propria vita senza un’adeguata conoscenza di sé.

E qui non alludo alla conoscenza postuma che in età adolescenziale o in età adulta porta qualcuno dallo psicoterapeuta a cercar l’anima o direttamente in farmacia nel tentativo di sedarla, qui faccio riferimento a quella cura della psiche che prende avvio il primo giorno della nascita, quando il neonato si attacca al seno materno e, insieme al latte, assapora l’accoglienza, l’indifferenza o il rifiuto. Moti impercettibili che sfuggono all’osservazione esterna, ma decisivi per la formazione nel neonato di quel nucleo caldo o “fiducia di base”, come dicono gli psicologi, che è la prima condizione per essere al mondo, senza essere soverchiati dall’angoscia.

Poi si cresce, e nell’educazione della prima infanzia vedo padri e madri che promuovono un’educazione fisica e un’educazione intellettuale, ma non un’educazione psicologica, che è poi l’educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure. Tutte queste cose il bambino se le organizza da sé con gli strumenti che non ha.

Tra una palestra e un corso di nuoto perché bisogna crescere con un bel corpo, tra una spiegazione ora sbrigativa, ora articolata, ora un po’ imbrogliata perché bisogna diventare intelligenti, quanto passa tra genitori e figli di quella comunicazione indiretta per cui si sente nella pancia, prima che nella testa, che del padre e della madre ci si può fidare, perché li si avverte al nostro fianco nei primi movimenti un po’ impacciati della vita? Cura del corpo, cura dell’intelligenza, ma quanta cura dell’anima?

Qui gli adulti annaspano un po’. E veicolano l’amore attraverso le cose che in abbondanza acquistano per soddisfare quei desideri infantili che vanno a occupare il vuoto di comunicazione che già manifesta i suoi primi segni nella svogliatezza, nell’indolenza, nella pigrizia, nella ribellione e. nei casi più gravi anche se meno eclatanti, nella rassegnazione depressiva.

Quel che si può avvertire in questo periodo, caratterizzato da sovrabbondanza di stimoli esterni e carenza di comunicazione, sono i primi segnali di sociopatia, che è poi quell’indifferenza emotiva, oggi sempre più diffusa, per effetto della quale non si ha risonanza emozionale di fronte ai fatti a cui si assiste o ai gesti che si compiono.

E chi non sa sillabare l’alfabeto emotivo, chi ha lasciato disseccare le radici del cuore si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile e quindi con una vigilanza aggressiva spesso non disgiunta da spunti paranoici che inducono percepire il prossimo innanzitutto come un potenziale nemico.

E tutto ciò perché? Perché manca un’educazione emotiva: dapprima in famiglia, dove i giovanissimi trascorrono il loro tempo in quella tranquilla solitudine con le chiavi di casa in tasca e la televisione come baby-sitter; e poi a scuola, quando sotto gli occhi molto spesso appannati dei loro professori ascoltano parole inincidenti, che fanno riferimento a una cultura troppo lontana da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale.

E così la loro sensibilità gracile, introversa e indolente, che la scuola si guarda bene dall’educare, tracolla in quell’inerzia a cui li aveva allenati quell’apprendimento passivo davanti al video e oggi davanti a Internet, con frequenti fughe nel sogno o nel mito, nella ricerca neppur troppo spasmodica di un’identità, di cui troppo presto si dubita di poter reperire la fisionomia, per incapacità di rintracciare radici emotive proprie.

Il tutto condito da un acritico consumismo, reso possibile da una società opulenta, dove le cose sono a disposizione prima ancora che sorga quell’emozione desiderante, che quindi non è sollecitata a conquistarle e perciò le consuma con disinteresse e snobismo in modo individualistico, dove il pieno delle cose sta al posto del vuoto delle relazioni mancate.

Ebbene si, perché l’emozione è essenzialmente relazione, e dalla qualità delle nostre relazioni possiamo leggere il grado della nostra intelligenza emotiva, a cui la scuola potrebbe dare un positivo contributo, introducendo quei programmi di “alfabetizzazione emozionale”, come opportunamente li chiama Daniel Goleman, in modo da insegnare ai bambini, oltre alla matematica e alla lingua, anche le capacità interpersonali essenziali che hanno la loro matrice in quei centri emozionali del cervello che sono poi i più antichi, quelli che hanno consentito agli uomini di dare avvio alla loro storia.

Quando parlo di “cuore” parlo di ciò che nell’età evolutiva dischiude la vita, con quella forza disordinata e propulsiva senza la quale difficilmente gli adolescenti troverebbero il coraggio di proseguire l’impresa. Il sapere trasmesso a scuola non deve comprimere questa forza, ma porsi al suo servizio per consentirle un’espressione più articolata in termini di scenari, progetti, investimenti, interessi. Infine resta la vita, e il sapere lo strumento per meglio esprimerla.

La invece dove il sapere diventa lo scopo, e il profitto il metro per misurarlo, qualunque siano le condizioni d’esistenza in cui una vita è riuscita a esprimersi, la scuola fallisce, perché livella, quando non mortifica, soggettività nascenti, in nome di un presunto sapere oggettivo che serve a dare identità più ai professori che agli studenti in affannosa ricerca.

E qui non serve invocare la “buona volontà” a cui, come a una formula magica, ricorrono i professori nei loro sbiaditi colloqui con i genitori, perché tutti sanno che la volontà non esiste al di fuori dell’interesse, che l’interesse non esiste separato da un legame emotivo, che il legame emotivo non si costituisce quando il rapporto tra professore e studente è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di assoluta incomprensione, che scatta non appena la psicologia dello studente esce dagli schemi della psicologia del professore. Per questo basta pochissimo e, se si evita il suicidio, che non dipende tanto dalle difficoltà che si incontrano quanto dalla paura di essere rifiutati o abbandonati, certo non si evita demotivazione insidiosa che spegne in giovani vite il rispetto di sé.

Se la scuola non è sempre all’altezza dell’educazione psicologica, che prevede, oltre a una maturazione intellettuale, anche una maturazione emotiva, l’ultima chance potrebbe offrirla la società se i suoi valori non fossero solo business, successo, denaro, immagine e tutela della privacy, ma anche qualche straccio di solidarietà, relazione, comunicazione, aiuto reciproco, che possano temperare il carattere asociale che, nella nostra cultura, caratterizza sempre di più il nucleo familiare.

Oggi infatti quel che succede in casa resta lì compresso e incomunicato, e quel che succede fuori è trattato con quelle maschere che ogni giorno indossiamo per non lasciar trasparire proprio nulla dei drammi, delle gioie e dei dolori che si vivono dentro le mura di casa ben protette.

Nel deserto della comunicazione emotiva che da piccoli non ci è arrivata, da adolescenti non abbiamo incontrato e da adulti ci hanno insegnato a controllare, fa la sua comparsa il gesto, soprattutto quello violento, che prende il posto di tutte le parole che non abbiamo scambiato né con gli altri per istintiva diffidenza, né con noi stessi per afasia emotiva.

E allora prima del lettino dello psicoterapeuta dove le parole si scambiano, come è noto, a pagamento, prima dei farmaci che soffocano tutte le parole con cui potremmo imparare a nominare e a conoscere i nostri moti d’anima, dobbiamo convincerci della necessità e dell’urgenza di un’educazione emotiva preventiva, di cui scarsissime sono le occasioni in famiglia, a scuola e nella società.

E questo soprattutto nella nostra società, che ha sviluppato un individualismo esasperato e una possibilità di scelta e di libertà che le società che ci hanno preceduti non hanno mai conosciuto, arginate com’erano dalle ristrettezze della povertà e dall’inquadramento offerto dalla tradizione religiosa condivisa, che fungevano da strutture di contenimento. Oggi questi argini, grazie a Dio, sono saltati, ma la nuova individualità che si va affermando ha la forza per reggere lo spazio di libertà e di solitudine che le è stato concesso? Io credo di no.

Per questo c’è un gran lavoro da fare nell’educazione preventiva dell’anima (e non solo del corpo e dell’intelligenza) per essere all’altezza del nostro tempo, che ha bruciato gli spazi della riflessione, ridotto all’insignificanza quelli della comunicazione, ma soprattutto ha inaridito il sentimento, che è poi l’organo attraverso il quale si sente, prima ancora di sapere, cos’è bene e cos’è male.


Umberto Galimberti “I vizi capitali e i nuovi vizi” Sociopatia

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Quel che vale per le merci, infatti, vale anche per gli uomini che, avendo rinunciato per le esigenze conformiste della nostra società alla loro specificità, sostituiscono l’individualità mancata con la pubblicità dell’immagine. Ciò produce una metamorfosi dell’individuo che ormai si riconosce solo nella propria immagine, e perciò non cerca più se stesso, ma la pubblicità che costruisce la sua immagine.

Chi infatti non irradia una forza di esibizione e di attrazione più intensa degli altri, chi non si mette in mostra e non è irraggiato dalla luce della pubblicità non ha la forza di sollecitarci, di lui neppure ci accorgiamo, il suo richiamo non lo avvertiamo, non ce ne lasciamo coinvolgere, non lo riconosciamo, non lo usiamo, non lo consumiamo, al limite “non c’è”

Per esserci bisogna dunque apparire. E chi non ha nulla da mettere in mostra, non una merce, non un corpo, non un’abilità, non un messaggio, pur di apparire e uscire dall’anonimato, mette in mostra la propria interiorità, dove è custodita quella riserva di sensazioni, sentimenti, significati “propri” che resistono all’omologazione, che, nella nostra società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.

Allo scopo vengono solitamente impiegati i mezzi di comunicazione che, dalla televisione ai giornali, con sempre più insistenza irrompono con “indiscrezione” nella parte “discreta” dell’individuo per ottenere non solo attraverso test, questionari, campionature, statistiche, sondaggi d’opinione, indagini di mercato, ma anche e soprattutto con intime confessioni, emozioni in diretta, storie d’amore, trivellazioni di vite private, che sia lo stesso individuo a consegnare la sua interiorità, la sua parte discreta, rendendo pubblici i suoi sentimenti, le sue emozioni, le sue sensazioni, secondo quei tracciati di “spudoratezza” che vengono acclamati come espressioni di “sincerità”, perché in fondo: ”Non si ha nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”.

Questi tracciati segreti dell’anima, in cui ciascuno dovrebbe riconoscere le radici profonde di se stesso. Una volta immessi “senza pudore” nel circuito della pubblicizzazione, quando non addirittura in quello della pubblicità, non sono più propriamente “miei”, ma “proprietà comune”, e questo sia in ordine alla qualità del vissuto, sia in ordine al modo di viverlo, perché il pudore, prima di una faccenda di mutande, che uno può cavarsi o infilarsi quando vuole, è una faccenda d’anima che, una volta depsicologizzata, perché si sono fatte cadere le pareti che difendono il dentro dal fuori, l’interiorità dall’esteriorità, non esiste semplicemente più.

A questo punto si potrebbe obiettare che, siccome il male avviene di solito segretamente, “segretezza” e “riservatezza” sono per l’opinione pubblica prove del male. E allora per smentire l’opinione pubblica, omologata su questo pregiudizio, non resta che la spudoratezza di chi si tiene sempre pronto, “mani alla chiusura lampo”, per interviste, pubbliche confessioni, rivelazioni dell’intimità, come è facile vedere in numerose trasmissioni televisive particolarmente seguite, dove l’invito è quello di partecipare attivamente e con gioia alla propria deprivatizzazione.

Quanti sono interessati a che l’individuo non abbia più segreti e al limite neppure più un’interiorità, perché le pareti della casa di psiche sono crollate, alimentano il proliferare incontrollato di queste trasmissioni che, a livello subliminale, fanno passare la persuasione che la spudoratezza è una virtù: la virtù della sincerità.

Ma anche il sesso è diventato proprietà comune e, dalla stampa alla televisione, è un susseguirsi di articoli e servizi sui piaceri e sulle difficoltà della camera da letto, redatti sotto forma di consigli, in modo confidenziale, come se fossero rivolti solo a te e non a un milione di orecchie.

Questo significa “Non aver nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”. Significa che le istanze del conformismo e dell’omologazione lavorano per portare alla luce ogni segreto, per rendere visibile ciascuno a ciascuno, per togliere di mezzo ogni interiorità come un impedimento, ogni riservatezza come un tradimento, per apprezzare ogni volontaria esibizione di se come fatto di lealtà se non addirittura di salute psichica.

E tutto ciò, anche se non ci pensiamo, approda a un solo effetto: attuare l’omologazione della società fin nell’intimità dei singoli individui e portare a compimento il conformismo. In fondo non è un’operazione difficile. Basta “non aver nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi”, che tradotto significa: “sono completamente esposto”, “non custodisco nulla di intimo”, “sono del tutto depsicologizzato”, ma in compenso ho guadagnato appariscenza, conformità sociale e forse qualche apprezzamento per il mio coraggio e la mia sincerità.

A questo punto scopriamo che di intimo c’è rimasto solo il dolore, la malattia, la povertà che ciascuno di noi cerca di nascondere per non essere trascurato dagli altri, da loro tralasciato. E proprio ciò che avrebbe massimamente bisogno di comunicazione (il dolore, la malattia, la povertà) resta chiuso nel segreto della solitudine, dove nessuna voce giunge a diluire quel che la solitudine rende insopportabile. E poi ci si meraviglia del numero sempre più impressionante di suicidi, quando una voce inespressa decide di tacere per sempre. Qui inquietante non è il suicidio, ma la nostra meraviglia.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Spudoratezza

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Contro la genia dei “piccoli uomini” Nietzsche invoca il Super-uomo, che non è il “superbo”, ma l’uomo “superiore”, che è tale perché rifiuta la sottomissione e, come diceva Platone: “Non cede e non deflette dai suoi nobili principi finché non abbia raggiunto la vittoria o la morte”. Questo uomo superiore ha scarse possibilità di affacciarsi sulla terra appiattita d’Occidente, più idonea alla strizzatina d’occhio dei piccoli uomini che alla nobiltà del Super-uomo. Eppure il bisogno di riconoscimento nell’uomo è inestinguibile, e se mancano le condizioni per la rivendicazione del valore di sé nasce quella sbavatura della rivendicazione che è la vanagloria, la superbia ossia le “virtù” dei piccoli uomini.

Orgoglio e umiltà non sono quindi vizi o virtù, ma “riguardano l’idea che abbiamo di noi stessi”. Nulla di buono potremmo fare senza un’adeguata stima di noi, che dipende dalla consapevolezza delle nostre doti e dagli effetti che hanno avuto le nostre opere. “Il giusto orgoglio è un atto di giustizia verso se stessi”. Chi lo possiede non è presuntuoso, ma rifiuta di mettersi al seguito dei “piccoli uomini”. Naturalmente l’orgoglio può travalicare la misura e, come dice Tommaso d’Acquino, portare chi la travalica a elevarsi sopra se stesso: “Per arrogantiam supra se ipsum elevatur”. Allora l’orgoglio si trasforma in vanità, boria., superbia.

La consapevolezza del limite, che è poi la grande virtù celebrata dagli antichi Greci, concede a ciascuno di essere orgoglioso di sé, senza doversi sottomettere a un altro per umiltà, perché in questo caso non di umiltà si tratterebbe, ma di umiliazione. A differenza dell’antica cultura greca, nella nostra cultura c’è poco orgoglio e molta superbia, poca dignità e molta apparenza, dove “per apparire si è disposti persino a svendersi e a servire”; è il degrado che crea uomini “tronfi senza orgoglio e uomini servizievoli e devoti senza umiltà”.


Umberto Galimberti da “I vizi capitali e i nuovi vizi” Superbia

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E che c’è fuori da quella finestra? A sentire Stefano Pistolini, che descrive questi ragazzi che ha visto da vicino quando giocava a pallacanestro e quando faceva il chitarrista punk:

Al di là dei vetri c’è l’America, la cui scoperta è questione di mesi per qualsiasi ragazzino del pianeta. Il tempo di essere svezzato, di appropriarsi delle categorie del discernimento e l ‘America diventa uno stato mentale.

A questo punto comincia quell’emigrazione verso il modello americano da parte di legioni di adolescenti e ventenni che porta a quell’omologazione planetaria che Pier Paolo Pisolini denunciava come il rischio maggiore per le generazioni future le quali, deprivate delle specificità locali ormai umiliate, sarebbero rapidamente entrati in crisi di identità.

E così la gioventù di tutto il mondo, senza particolari sforzi, per il solo fatto di entrare in un McDonald’s, nonostante la deprimente prospettiva alimentare, diventa un satellite della cultura popolare statunitense che, trascinando con sé interi procedimenti esistenziali, si diffonde a pioggia come una necessità vitale al di sopra dei livelli minimi di sopravvivenza.

In questo modo tra i quindici e i venticinque anni, quando massima è la forza biologica, emotiva e intellettuale, molti giovani vivono parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, l’identità non trova alcun riscontro, il senso di sé si smarrisce, l’autostima deperisce.

Ma che ne è di una società che fa a meno dei suoi giovani? E’ solo una faccenda di spreco di energie o il primo sintomo della sua dissoluzione? Forse l’Occidente non sparirà per l’inarrestabilità dei processi migratori, contro cui tutti urlano, ma per non aver dato senso e identità, e quindi per aver sprecato le proprie giovani generazioni.


Umberto Galimberti “I vizi capitali e i nuovi vizi” Vuoto

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Il più grande di tutti i piaceri è dar piacere alla persona amata.


Giacomo Casanova

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Verso sera il cielo si schiariva, tutto l’argento delle miniere del mondo s’ammucchiava a blocchi, a cataste sull’orizzonte; operai invisibili lo lavoravano, costruivano case, edifizi, intere città, e subito dopo le distruggevano e rovine e rovine biancheggiavano allora nel crepuscolo, coperte di erbe dorate, di cespugli rosei; passavano torme di cavalli grigi e neri, un punto giallo brillava dietro un castello smantellato e pareva il fuoco di un eremita o di un bandito rifugiatosi lassù: era la luna che spuntava.

Grazia Deledda “Canne al vento”

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Di questi giorni mi par di rivedere tutti i morti risuscitati. Tutti andavano a divertirsi, laggiù. Mi sembra di vedere la madre di Vossignoria, donna Maria Cristina, seduta sulla panca all’angolo del grande cortile. Sembrava una regina, con la gonna gialla e lo scialle nero ricamato. E le donne di tanti paesi le stavano sedute intorno come serve…Essa mi diceva: “Pottoi, vieni, assaggia questo caffè; cosa ti pare, è buono?” Sì, così umile era. Ah, per questo non amo neppure tornare laggiù; mi pare che ci ho lasciato qualche cosa e che non la ritroverei più…”


Grazia Deledda “Canne al vento”

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E’ proprio dell’uomo superiore porsi al di sopra dei pregiudizi e del cristiano addossarsi le disgrazie che il bene trascina con sé quando non è compiuto secondo i giusti canoni.”

H. de Balzac “Papà Goriot”

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Le meraviglie e i misteri della vita, che ci vengono soffocati appena diveniamo membri responsabili della società”…….

Tutto quel che creano i padri e le madri io lo rifiuto. Io ritorno a un mondo anche più piccolo del vecchio mondo ellenico, ritorno a un mondo che possa sempre toccare tendendo le braccia, il mondo di quel che so e vedo e riconosco momento per momento. Ogni altro mondo è per me insignificante e alieno e ostile.

Nel riattraversare il primo lucido mondo che conobbi da bambino io non voglio riposare qui, ma irrompere verso un mondo ancora più lucido dal quale debbo essere fuggito. Come sia questo mondo non so, e nemmeno son certo di trovarlo, ma è il mio mondo e di null’altro m’incuriosisco.”


Henry Miller “Tropico del capricorno”

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Ah, se fossi riuscito a credere in questa storia del lavoro! Ma nemmeno per salvarmi la vita ci sarei riuscito. Vedevo solo che gli altri si ammazzavano di lavoro perché non capivano nient’altro. Pensavo al discorso che m’aveva procurato il posto. In un certo senso somigliavo a Herr Nagel. Non c’era verso di sapere cosa avrei fatto da un momento all’altro. Né se ero un mostro o un santo. Come parecchi uomini meravigliosi del tempo nostro, Herr Nagel era un disperato, e proprio questa disperazione lo faceva così amabile. Nemmeno Hamsun sapeva cosa fare del suo personaggio: conosceva la sua esistenza, sapeva che in lui c’era qualcosa in più di un mero buffone e di un mistificatore. Credo che egli abbai amato Herr Nagel più di ogni altro suo personaggio. E perché?

Perché Herr Nagel era il santo non riconosciuto, che è in ogni artista, l’uomo soggetto al ridicolo perché le sue soluzioni, davvero profonde, paiono troppo semplici al mondo. Nessuno vuole essere un artista; c’è trascinato perché il mondo non vuol riconoscere il suo vero primato. Il lavoro non aveva senso per me, perché si evitava il lavoro vero da compiersi. La gente mi considerava pigro e bugiardo, ma al contrario io ero un individuo attivissimo.


Henry Miller “Tropico del capricorno”

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Si, il mondo è una traversata senza viaggio di ritorno, e il pulpito è la prora.”


Herman Melville “Moby Dick”

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Guai a colui che questo mondo allontana dal dovere del verbo! Guai a colui che cerca di versare olio sull’acqua, quando Iddio le fermenta in burrasca! Guai a colui che cerca di piacere più che di atterrire! Guai a colui che stima più il buon nome che la bontà! Guai a colui che in questo mondo, non preferisce il disonore! Guai a colui che non volesse essere sincero, anche quando fosse salvezza essere falso! Si, guai a colui che, come il grande Pilota Paolo ci dice, mentre predica agli altri è egli stesso reietto!


Herman Melville “Moby Dick”

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Eravamo da un certo tempo così coccoloni quando tutto a un tratto mi venne in mente di aprire gli occhi, perché quando sono in letto, sia di giorno sia di notte, che vegli o che dorma, io ho l’abitudine di tenere gli occhi chiusi, allo scopo di maggiormente concentrare la dolcezza dello stramene in letto. Poiché nessuno può sentire in modo soddisfacente la propria identità se non ha gli occhi chiusi, come se l’oscurità fosse davvero l’elemento proprio delle nostre essenze, sebbene la luce sia più congeniale al fango che è in noi.


Herman Melville “Moby Dick”

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Capisci ora Bulkington? Sembra che tu afferri barlumi di quella verità intollerabile ai mortali, che ogni pensare serio e profondo è soltanto l’intrepido sforzo dell’anima per mantenere la libera indipendenza del suo mare, mentre i venti più selvaggi della terra e del cielo cospirano a gettarla sulla costa traditrice e servile.”


Herman Melville “Moby Dick”

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Ma il “Pequod” faceva ora soltanto una traversata, non la crociera regolare, e a quasi tutti i preparativi per la caccia che richiedevano sorveglianza erano pienamente competenti gli ufficiali; cosicché restava poco o nulla, all’esterno di Achab, che potesse ora occuparlo o stimolarlo e così spazzar via, almeno per quell’intervallo, le nuvole che, strato su strato, gli stavano ammucchiate sulla fronte, poiché sempre le nubi scelgono per raccogliersi le vette più alte.


Herman Melville “Moby Dick”

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L’adolescenza è la vita, prima non c’è niente, dopo solo il ricordo.


Houellebecq

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I’m thru with love I’ll ever fall again, said adieu to love to ever call again, for I must have you or none, and so I’m thru with love.

I’ve locked my heart, I’ve keep my feelings there, I’ve stopped my heart in icy Frigidaire, and I mean to fall for none, because I’m thru with love.

Why did you live me to thing you could care, you didn’t need me, cause you have your share.

All friends around you to hand you and swear, with deep emotion, devotion, to you.

Good by to spring and all it meant to me. It could never bring the things it use to be, for I must have you or none, so I’m thru with love.


I’m thru with love” di Gus Kahn, Matt Melneck, Joseph Livingston

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Tutto può accadere. Tutto è possibile e verosimile. Il tempo e lo spazio non esistono.

Su una base insignificante di realtà l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni..

I. Bergman da “Fanny e Alexander”

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Secondo lui, tutto cominciava dall’acqua e rifiniva in acqua. Aristotele dice che quest’idea gli fu suggerita dall’osservazione che tutto ciò di cui gli animali e le piante si nutrono è umido. Può darsi. Comunque, Talete fu il primo a capire che tutto ciò che forma il creato ha un principio unico e comune. Sbagliò identificandolo nell’acqua. Ma, a differenza di tutti coloro che lo avevano preceduto e che avevano fatto risalire l’origine delle cose a una pluralità di altre cose o persone, egli intravide l’origine unica di tutto, cioè fu il primo a dare un fondamento filosofico al monismo (da monos, che vuol dire appunto uno).

Talete immaginò la vita come un’anima immortale, le cui particelle s’inacarnavano momentaneamente ora in una pianta, ora in un animale, ora in un minerale. Quelle che morivano secondo lui erano solo queste momentanee incarnazioni, di cui l’anima immortale prendeva volta a volta la forma e costituiva la forza vitale. Per cui, fra vita e morte non c’era sostanziale differenza. E quando gli chiesero perché allora egli si ostinava a preferire la prima alla seconda, rispose: “Appunto perché non c’è differenza”.

Era anche un uomo spiritoso, che precorse Socrate nella tecnica di ribattere le obbiezioni altrui con risposte che sembravano soltanto scherzose a tutti gli sciocchi, i quali credono che la serietà sia tutt’uno col sussiego e la prosopopea. Quando gli chiesero cosa fosse secondo lui l’impresa più difficile per un uomo disse: “Conoscere se stesso”. E quando gli domandarono cos’era Dio, rispose: “Ciò che non comincia e non finisce”: che è ancora, dopo duemilacinquecento anni, la definizione più pertinente. Alla domanda in cosa consistesse, per un uomo virtuoso, la giustizia, replicò: “Nel non fare agli altri ciò che non si vuole che sia fatto a noi”. E in questo anticipò di seicento anni Gesù.


Indro Montanelli “Talete” da “Storia dei Greci”

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Principe Alberto:

Tuo padre ti chiamava il suo cigno - Così mi dicono - E tu faresti bene a rammentarlo pensando a ciò che sia essere un cigno - Sfiora altero l’immobile superficie dell’acqua e non tocca mai la riva - Sulla terra dove camminano i mortali il cigno è goffo, persino ridicolo -

Quando vaga sulla riva esso somiglia a un volatile di tutt’altro tipo Maestà”


Principessa Alessandra:


A un’oca”


Principe Alberto:


Purtroppo si - Perciò per lui il mondo è il lago - Silente, bianco, maestoso – Possedere ali ma mai volare – Sapere un canto ma mai cantarlo sino al termine dei suoi giorni e così deve essere per te

Alessandra – Testa alta, indifferenza per la folla curiosa sulla riva e il canto…quello mai –


Dal film “Il cigno” di Charles Vidor

Tratto dall’omonimo romanzo di Ferenc Molnar

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Solitudini che s’incontrano

in un bosco di pensieri e si

toccano, si scambiano le

mani salendo sopra

ai rami il mondo sembra

aprirsi e qualche cosa

sempre c’è da dirsi.


Racconta la tua storia

racconterò la mia

le stesse delusioni per

una bugia

racconta la tua storia

racconterò la mia

le stesse strade per andare

via…


Bobby stringe le mie mani,

se mi sento giù e niente…

niente chiederò di più…

e credo a tutti i miei

domani per un solo ieri,

l’ho visto per la prima

volta qui…ma lo conosco

da sempre…Bobby Mc Gee.


Dall’odore dei campi,

al risveglio della terra

il vento è una carezza

nel respiro è come il

primo sogno di chi ha

smesso di soffrire e

finalmente in pace può

impazzire.


Quel giorno ti ho incontrato

Bobby…i miei segreti

mi disse dormi qui senza

problemi e fu la prima

volta che io mi addormentai

e accanto a una persona

mi svegliai.


Io e Bobby Mc Gee”

traduzione dall’inglese cantata da Gianna Nannini

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Curioso come a questo mondo vi sia poca gente che si rassegni a perdite piccole; son le grandi che inducono immediatamente alla grande rassegnazione.


Italo Svevo “La coscienza di Zeno”

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Ondata di caldo. Non durerà. Tutto passa, la corrente della vita, quel che nella corrente della vita noi rincorriamo è a noi più caro diiii ogni altra cosa.


James Joyce “Ulisse”

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L’arte deve rivelare idee, essenze spirituali senza forma. La domanda suprema circa un’opera d’arte è da quali profondità essa scaturisca.


J. Joyce “Ulisse”

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Io vedo l’avvenire. E’ là, posato sulla strada, appena un po’ più pallido del presente. Che bisogno ha di realizzarsi? Che cosa ci guadagna? La vecchia s’allontana zoppicando, si ferma, si tira su una ciocca grigia che le sfugge dal fazzoletto. Cammina, era là, ora è qui…non so più come sia: li vedo, i suoi gesti, o li prevedo? Non distinguo più il presente dal futuro, e tuttavia la cosa continua, si realizza a poco a poco; la vecchia avanza per la via deserta, sposta le sue grosse scarpe da uomo. Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all’esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo.


J. P. Sartre “La nausea”

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Già, io che provavo tanto piacere, a Roma, a sedermi in riva al Tevere, a Barcellona, la sera, a scendere e a risalire cento volte i Ramblas, io che vicino ad Angkor, nell’isolotto del Baray di Prah – Kan, vidi un banano intrecciare le sue radici attorno alla cappella dei Nagas, sono qui, vivo nello stesso secondo di questi giuocatori di ombra; ascolto una negra che canta, mentre di fuori vaga la debole notte.


J. P. Sartre “La nausea”

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Una donna esce dalla salumeria e lo prende al braccio. E’ sua moglie, giovanissima, nonostante la pelle sciupata. Potrà girare finché vuole per via Tournebride, nessuno la prenderà per una signora; la luce cinica dei suoi occhi, la sua aria positiva e avveduta la tradiscono. Le vere signore non sanno i prezzi della roba, amano le belle follie, i loro occhi son dei fiori candidi, fiori di serra.


J. P. Sartre “La nausea”

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Tutto quello che so della mia vita mi sembra d’averlo appreso dai libri. Il palazzo di Benares, la terrazza del re Lebbroso, i templi di Giava con le loro grandi gradinate rotte, si sono riflettuti per un istante nei miei occhi, ma son rimasti laggiù, sul posto. Il tram che passa davanti all’albergo Printania, la sera, non si porta via sui vetri il riflesso delle insegne al neon; s’accende per un istante e s’allontana coi vetri neri.


J. P. Sartre “La nausea”

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Sto zitto, sorrido con aria impacciata. La cameriera posa davanti a me un piatto con una punta di camembert cremoso. Percorro la sala con lo sguardo e mi sento invadere da un violento disgusto. Che cosa sto a fare qui? A che pro impicciarmi in questi discorsi sull’umanitarismo? Perché sta qui, questa gente? Perché mangia? E’ vero che non sanno di esistere, loro. Ho voglia d’andarmene, d’andarmene in qualche posto dove sia veramente al mio posto, dove m’ingrani…Ma il mio posto non è in nessun luogo; io sono di troppo.

L’Autodidatta si raddolcisce. Aveva temuto una resistenza maggiore da parte mia. Vuol proprio passare una spugna su tutto quello che ha detto. Si piega verso di me con un’aria confidenziale:

- In fondo, lei li ama, signore, li ama come me; noi siamo separati soltanto da parole.

Non posso più parlare, chino la testa. Il viso dell’autodidatta è proprio come il mio. Sorride con aria sciocca, vicinissimo al mio viso, come negl’incubi. Mastico penosamente un pezzo di pane che non mi decido a trangugiare. Gli uomini. Bisogna amarli, gli uomini. Gli uomini sono mirabili. Ho voglia di vomitare – e d’un tratto, ci siamo: ecco la Nausea.

Una bella crisi, che mi scuote da capo a piedi. E’ un’ora che la sentivo venire, soltanto non volevo confessarmelo. Questo sapore di formaggio dentro la mia bocca… L’Autodidatta chiacchiera, e la sua voce mi ronza dolcemente alle orecchie. Ma non so più affatto di che cosa parla. Approvo macchinalmente con la testa. La mia mano è contratta sul manico del coltello da dessert. Sento questo manico di legno nero. E’ la mia mano che lo tiene. La mia mano. Personalmente, piuttosto lo lascerei tranquillo, questo coltello: a che scopo star sempre a toccare qualche cosa? Gli oggetti non sono fatti perché uno li tocchi. E’ molto meglio scivolare tra di essi, evitandoli il più possibile. Qualche volta se ne prende uno in mano e si è costretti a lasciarlo al più presto. Il coltello cade sul piatto. Al rumore il signore dai capelli bianchi sussulta e mi guarda. Riprendo il coltello, appoggio la lama contro la tavola e la faccio piegare.

E’ dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto - il modo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. E’ strano che tutto mi sia ugualmente indifferente: è una cosa che mi spaventa. E’ cominciato dal quel famoso giorno in cui volevo giuocare a far rimbalzare i ciottoli sul mare. Stavo per lanciare quel sassolino, l’ho guardato, ed è allora che è incominciato: ho sentito che esisteva. E dopo, ci sono state altre Nausee; di quando in quando gli oggetti si mettono ad esistervi dentro la mano. C’è stata la Nausea del “Ritrovo dei ferrovieri” e poi un’altra, prima, una notte in cui guardavo alla finestra, e poi un’altra al giardino pubblico, una domenica, e poi altre. Ma non era mai stata così forte come oggi.


J. P. Sartre “La nausea”

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Impossibile veder le cose a quel modo. Delle mollezze, delle debolezze, questo sì. Gli alberi ondeggiavano. Uno zampillamento verso il cielo? Era piuttosto un afflosciamento, da un momento all’altro m’aspettavo di vedere i tronchi raggrinzirsi come verghe stanche, afflosciarsi e cadere al suolo in un mucchio nero pieno di pieghe. Non avevano voglia di esistere, solo che non potevano esimersene, ecco. E allora facevano tutte le loro piccole funzioni, pianamente, senza slancio: la linfa saliva lentamente entro i vasi, controvoglia, e le radici s’affondavano lentamente nella terra. Ma ad ogni momento sembravano sul punto di piantar tutto lì e annullarsi. Stanchi e vecchi, continuavano ad esistere, di malavoglia, semplicemente perché erano troppo deboli per morire, perché la morte poteva venir loro solo dall’esterno: solo le arie musicali sanno portare fieramente la loro morte in sé come una necessità interna; soltanto che esse non esistono. Ogni esistente nasce senza ragione. Si protrae per debolezza e muore per combinazione. Mi son lasciato andare all’indietro e ho chiuso gli occhi. Ma le mie fantasie, subito risvegliate, son balzate su e son venute a riempire d’esistenze i miei occhi chiusi: l’esistenza è un pieno che l’uomo non può abbandonare.



J. P. Sartre “La nausea”

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Affermò la sua importanza di animale razionale cosciente che procedeva per sillogismo dal noto all’ignoto e di reagente razionale cosciente tra un micro e un macrocosmo ineluttabilmente costruiti sull’incertezza del vuoto.

Fu quest’affermazione compresa da Bloom?

Non verbalmente. Sostanzialmente. Che cosa confortò la sua incomprensione? Il fatto che come cittadino qualificato ma senza chiave aveva proceduto energicamente dall’ignoto al noto attraverso l’incertezza del vuoto.


James Joyce “Ulisse”

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Il fatto che, andando avanti il processo, la perizia psichiatrica non venisse richiesta, e considerando che l’imputato, avendo frequentato il mulino giudiziario e avvocatesco di diritto si sentiva infarinato, diede al giudice la quasi certezza che per decisione sua i difensori non la chiedevano. Contorto, feroce e disperato amor proprio: incontrollabile ormai. “L’amor proprio vive di tutti i contrari…Passa persino al partito dei propri nemici, partecipando ai loro disegni, e – cosa mirabile – odia se stesso con loro, congiura alla propria perdita, lavora alla propria rovina: insomma non si preoccupa che di esserci e, pur di esserci, s’adatta persino ad essere il nemico di se stesso.”. Cosa mirabile, dice la Rochefocuald: e togliendo al mirabile il senso della meraviglia, dello stupore, il giudice gli conferiva quello del guardar bene, dell’attenzione, dello scrutare: da parte appunto dello psichiatra. Ma se l’imputato, nella sua follia, rifiutava di essere relegato nella follia, la difesa ugualmente avrebbe potuto avanzare la richiesta, dovuto anzi: a costo di entrare in conflitto con lui e di esserne ricusata. Ma anche la difesa, forse, aveva della follia una nozione del tutto comune e banale: la follia priva di metodo, priva di calcolo, inconseguenziale; mentre ci sono follie in cui è soltanto il primo anello che non tiene, e tutto il resto vi è metodico, calcolato, consequenziale: e il primo anello è di solito quello dell’amor proprio che si è consegnato al suo nemico.”


Leonardo Sciascia “Porte Aperte”

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Ma questo, il più pensiero, il più religione, come lei dice, penso che gli accadrà, con una intensità senza dubbio più dolorosa ma al tempo stesso, come dire?, più liberatoria, in quelle due o tre ore in cui sa che sta per andare a morire.”

Eh no, la morte non è più un pensiero in quel momento, nulla anzi, in quel momento, che possa dirsi pensiero. Lei provi, per quanto può, e sarà sempre a un grado lontanissimo, ad immedesimarvisi.”

Ma non le pare di star trovando alibi per se per la vanità, diciamolo pure, della sua protesta dentro un contesto che non le permette se non caricando di maggiore sofferenza l’essere umano su cui lei ha concentrato la difesa di un principio e che, insomma, nella difesa del principio lei non ha fatto conto della sofferenza di quell’uomo?”

E’ vero che in me la difesa del principio ha contato più della vita di quell’uomo. Ma è un problema, non un alibi. Io ho salvato la mia anima, i giurati hanno salvato la loro: il che può anche apparire molto comodo. Ma pensi se avvenisse, in concatenazione, che ogni giudice badasse a salvare la propria…”

Non accadrà: e lei lo sa quanto me”.

Si lo so: e questa è la controparte di spavento, di paura, che io sento non soltanto riguardo a questo processo …Ma mi conforta questa fantasia: che se tutto questo, il mondo, la vita, noi stessi, altro non è, come è stato detto, che il sogno di qualcuno, questo dettaglio infinitesimo del suo sogno, questo caso di cui stiamo a discutere, l’agonia del condannato, la mia, la sua, può anche servire ad avvertirlo che sta sognando male, che si volti sull’altro fianco, che cerchi di aver sogni migliori. E che almeno faccia sogni senza la pena di morte.”

Una fantasia” disse stancamente il procuratore. E poi stancamente constatò: “Ma lei, continua ad essere spaventato, ad aver paura.”

Si.”

Anch’io. Di tutto.”


Leonardo Sciascia “Porte aperte”

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L’essenza della vita consiste nel cercare di godere tra le difficoltà.


Emanuela Galli Ligal

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L’importante è avere un cuore, non importa che sia perfetto.


Emanuela Galli Ligal.

Riflessione, dipingendo il cuore sulla tela che nonostante gli accorgimenti tecnici era riuscito un poco imperfetto (nonostante i miei forzi per disegnarlo geometricamente perfetto)

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Bestemmiare è antiestetico ma la vita che è in noi, talvolta per uscire, deve passare attraverso la volgarità.


Emanuela Galli Ligal

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Sono stata buddista per un certo periodo di tempo, poi ho dovuto smettere perché sono un tipo ansioso: mi preoccupavo di programmare con molto anticipo quello che avrei dovuto fare nella prossima vita.

Emanuela Galli Ligal

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-Che ne sai della vita?

-Niente

-Che ne sai della morte?

-Niente. Vedo solo maschere. Maschere. Maschere.


Emanuela Galli Ligal, 2 Agosto 2003

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L’erotismo nasce dalla consapevolezza che ognuno di noi è unico e irripetibile.


Emanuela Galli Ligal

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La cultura letteraria non è ricordare a memoria fior di citazioni, ma trovare in ciò che si legge, un’eco alla nostra voce interiore.


Emanuela Galli Ligal, Febbraio 2002

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La felicità non è altro che una somma di piccoli sforzi, fatti, nel tentativo di raggiungerla.


Emanuela Galli Ligal, 15 Settembre 2003

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La realtà e la letteratura sono due mondi paralleli che portano tracce, segnali e semi l’uno dell’altro.


Emanuela Galli Ligal, 28 Marzo 2002

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Gli artisti sono persone che sentono il bisogno di avere un rapporto panteistico con la realtà, ma poiché viviamo in una società complessa e sovrastrutturata, diventano artisti.

Emanuela Galli Ligal

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Un illuminato è una persona che infonde negli altri la speranza.

Emanuela Galli Ligal

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La vita è fatta più di piccole cose che di cose grandi. Prima te ne accorgi, meglio è.


Emanuela Galli Ligal, 15 Settembre 2003

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Non mi fido mai, completamente, degli altri esseri umani: li scopro, spesso, troppo simile a me.


Emanuela Galli Ligal

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Così, come il bordo della tenda sfiorava il pavimento e si fermava curvandosi un poco, non potendo andare oltre, capii che al di là di un certo limite non avrei mai potuto arrivare e che ogni tentativo di allontanamento da esso sarebbe stato, da me, duramente pagato.


Emanuela Galli Ligal, Settembre 1998

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La vita, è al di là di ogni elementare, comprensione.


Emanuela Galli Ligal

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I sentimenti sono un’espressione creativa degli esseri umani.


Emanuela Galli Ligal, Agosto 2003

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Do you want to be lonely again?

Do you want see the sun and the rain?

Oh, so please, come around me again!


Do you want fly away from the shame?

Do you want to be happy again?


Emanuela Galli Ligal Canzoncina composta, rifacendo il letto.

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Il talento è quella parte di noi stessi con cui, la maggior parte delle persone, ha paura di entrare in contatto.


Emanuela Galli Ligal

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Una volta, un professore di lettere, conosciuto alla scuola serale, alla quale ero approdata all’età di ventisette anni, per terminare la quinta superiore, disse questa frase:

Le persone riservate, umanamente sono sempre interessanti, ma dal punto di vista didattico sono un disastro!”

Beh…non è vero. Woody Allen è riservato e forse dal punto di vista, rigidamente accademico, di quel professore è anche didatticamente un disastro, giacché non ha mai frequentato l’università, ma, guardate come sono geniali i dialoghi dei suoi films, come sono argute le sue gags e quanto materiale didattico vi si trovi in entrambi.

La verità è che il talento non s’impara a scuola.

Emanuela Galli Ligal “Esperienze e riflessioni”

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Riduco i miei disegni in due sole dimensioni e poi vi stendo sopra le tinte, poiché, quando vivi una vita senza prospettive, l’unica speranza, è dare un po’ di colore.


Emanuela Galli Ligal, Agosto 1996

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I giornalisti sono gli onanisti della letteratura.


Emanuela Galli Ligal

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Il fascino è l’inconsapevolezza di qualcosa che manca.


Emanuela Galli Ligal

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Il talento è un dono naturale. Colui il quale n’ è in qualche modo dotato, se lo trascura, diventa paradossalmente uno schiavo dell’umanità.


Emanuela Galli Ligal, 27 Gennaio 98

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Nei rapporti interpersonali, l’unico principio da rispettare profondamente è che ognuno è libero di scegliersi le illusioni che vuole.


Emanuela Galli Ligal, 25 Luglio 1998

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Non c’è che il vento

Nel tempio destinato a crollare


Lunghe, bianche colonne si aprono ilari alla luce

Che scivola giù per le scale alte fino a raggiungere il mare

Dove la paura si materializza in redini per una conoscenza più profonda.


Io cerco sostegno fra gl’imponenti flutti

Ma vacillo e cado per ricadere ancora

In preda al panico dettato dall’avverso destino


Non giunge più nulla alle orecchie dei potenti.

Mentre con timidezza guardo me stessa più da vicino

Vedo un guerriero pronto a sguainare la spada

Come un fulmine nella pallida luce del mattino.


Poi cresco e mi trasformo in una rosa

Per raggiungere il massimo splendore

Pur scoprendomi ingigantita e insicura

Come una spugna appesantita dall’acqua.


Emanuela Galli Ligal 1984 “Visione premonitrice”

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La filosofia della morale è un serpente che si morde la coda.


Emanuela Galli Ligal

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La TV è come un oceano di cazzate, contornato da spiagge di perbenismo, saltuariamente punteggiato da isole d’intelligenza.


Emanuela Galli Ligal, Marzo 2003

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Molto spesso, gli altri, ci invidiano quello che noi diamo per scontato.


Emanuela Galli Ligal

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Il corpo è una materializzazione del dolore che costituisce l’universo. Facendo quindi una semplice equazione: l’universo è dolore. Tutto ciò che non comprendiamo con la nostra mente è dolore e ignoranza. Tendenzialmente, la nostra mente non è atta a comprendere, né il dolore, né l’ignoranza.

Questa non comprensione dei fenomeni inspiegabili, li amplifica, a volte a dismisura, tanto da renderceli realmente insopportabili; ma se ci sforziamo di pensare in modo diverso e positivo, rispettando i limiti della nostra mente e liberandoci, di conseguenza, dall’illusione dell’ignoranza, vedremo, che, quanto detto, non accadrà.

La non mente, che è altro rispetto alla mente razionale, da noi, per debolezza umana resa iper-razionale, è la mente dell’universo. Essa è composta della stessa sostanza dell’universo. Questo tipo di mente, può comprendere e il dolore e l’ignoranza, unitamente alla casualità degli esseri umani e alla breve durata del loro respiro.


Emanuela Galli Ligal “Dissertazioni da un sogno”

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If you want go in and out

You just have go up and down


If you want to take a bath

You just have to take my path


If you want go in the sky

You just have to eat my pie


If you want to sing a song

Yu just have to walk along


If you want to run away

You just have search for the day

Emanuela Galli Legal, Non-sense song “Composizione per idromassaggio “

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L’originalità è qualcosa di estremamente sano, che in una società normale, viene diagnosticato come disturbo della personalità, al fine di potere essere decifrato, da menti insane, che ne sono totalmente prive.


Emanuela Galli Ligal, Aprile 1998

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La passione è la consapevolezza di avere operato una scelta ben precisa.


Emanuela Galli Ligal

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Acqua che scorre

E’ una vita

che scorre

Che va

e che corre.

Tutto vorrei

per questa vita

Tutto potrei

per l’universo

intero.

Dimmi…

Dove va l’acqua del mare

Dimmi…

Quando scende la pioggia

come stai?

Ritorna la nuvola viola

Vuole tutto

Vuole l’acqua

Vi s’immerge e non se ne cura.


Emanuela Galli Ligal, 7 Luglio 1999

(scritta il giorno dopo, alla telefonata fatta a un numero a caso, alla ricerca dell’Ulisse e di James Joyce).

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Ad un insulto come “puttana” da parte di un uomo, una donna dovrebbe rispondere più o meno così: “Si, lo sono, con gran soddisfazione e godimento, diversamente da quella che sta con te che lo fa per puro spirito di sacrificio.”

Se è una donna a lanciare l’improperio, è sufficiente mutarne leggermente la versione in:

Si, lo sono, con gran soddisfazione e godimento, diversamente da te che lo fai per puro spirito di sacrificio.”.


Emanuela Galli Ligal “Risposte pronte”

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Che cos’è la religione, in fin dei conti, se non un invito a pensare con la non-mente e a credere profondamente, con tutto te stesso, alla positività della natura?

Perché la fede non è che questo: abbandonarsi alla stima e alla capacità di auto-rigenerazione dell’universo vivente.


Emanuela Galli Ligal, 18 Luglio 1998

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C’è in giro una gran delusione.

La scienza, giorno dopo giorno, non fa che confermare i propri fallimenti, avendo deviato i propri obiettivi dalla ricerca seria, ai fini del benessere dell’umanità, a mere esercitazioni d’abilità scientifica fine a se stessa.

Il ramo della medicina allopatica o convenzionale ha mancato il suo fine principale.

La resistenza delle specie umana, all’attacco delle malattie più subdole, tra le quali l’aids e il cancro, è diminuita. Questo, perché le difese immunitarie degli esseri umani si stanno abbassando.

Tutto ciò, dovrebbe far riflettere coloro che si occupano di questa materia, perché, questa medicina conservativa, di uno stato di salute più o meno preesistente, non è più efficace.

La medicina allopatica, è diventata, solo, un enorme macchina per fare soldi, che va contro le regole di sopravvivenza ed evoluzione della nostra specie.


Emanuela Galli Ligal

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Mi piacerebbe essere perennemente in vacanza e scrivere un libro intitolato “Stupida turista”


Emanuela Galli Ligal

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Se non comprendi,


lascia il molo.


Se non ti arrendi,


prendi il volo


verso il tuo vero sé.


Emanuela Galli Ligal

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Se mancassero gli errori, non esisterebbe l’arte.


Emanuela Galli Ligal

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L’eleganza è innata ed è esaltata solo quando si hanno pochi mezzi a disposizione per esprimerla.

Emanuela Galli Ligal

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L’ospizio sorge in campagna, in un luogo amenissimo. Io esco ogni mattina, all’alba, con tutte le cose come appena si scoprono, che sanno ancora del crudo della notte, prima che il sole ne secchi il respiro umido e le abbagli. Quelle nubi d’acqua là pese plumbee ammassate sui monti lividi, che fanno parere più larga e chiara, nella grana d’ombra ancora notturna, quella verde plaga di cielo. E qua questi fili d’erba, teneri d’acqua anch’essi, freschezza viva delle prode. E quell’asinello rimasto al sereno tutta la notte, che ora guarda con occhi appannati e sbruffa in questo silenzio che gli è tanto vicino e a mano a mano pare gli s’allontani cominciando, ma senza stupore, a schiarirglisi attorno, con la luce che dilaga appena sulle campagne deserte e attonite. E queste carraje qua, tra le siepi nere e muriccie screpolate, che su lo strazio dei loro solchi ancora stanno e non vanno. E l’aria è nuova. E tutto, attimo per attimo è com’è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioja nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole caldo tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aerei. Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.


Luigi Pirandello “Uno, nessuno e centomila”

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Amò troppo la pace per credere di meritarla e strenuamente fuggì. Ora è contento!

Epitaffio sulla tomba di Mario Soldati (1906 – 1999) da lui scritto quarantadue anni prima della sua morte.

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Decine e decine di altri aneddoti rimangono inascoltati. Ma penso, nella malinconia di queste ore, che è impossibile raccontare l’infinito, ilare e anche drammatico turbinio che ha segnato l’esistenza di Soldati. In un’ intervista di qualche anno fa, gli dissi: “Prova a fermarti, Mario, a rivedere tutta la tua vita. Tra successi, errori, splendidi momenti, debolezze, ritieni di aver conquistato la saggezza?”

Mi rispose così: ”La saggezza consiste nel temere di perderla ogni momento, anche sul letto di morte. Ma è difficile restare saggi. Ti dico di più: non può essere saggio chi non abbia mai rinunciato alla saggezza. Se non si è provata la follia, non si è uomini. Una frase su questo tema potrebbe essere l’epigrafe da incidere sulla mia tomba.”


Giulio Nascimbeni sul Corriere della Sera, il 21/06/1999, dall’articolo “Addio Mario Soldati”, scritto in occasione della morte del regista.

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Eraclito apparteneva a una famiglia nobile, e pare che sia nato nel 550 avanti Cristo. Ma appena arrivato all’età della ragione la usò per condannare, dentro di sé, tutto ciò che gli stava intorno: casa, genitori, ambiente, uomini, donne, stato e politica. Chissà cosa fu a ispirargli tante antipatie. Ci piace immaginarlo come una specie di Leopardi che, invece che nella poesia, cercasse, come si dice oggi, un’evasione nella filosofia. E dovette rifugiarcisi con impegno e studiarne non poca e con acuto senso critico per scrivere: “La gran cultura serve a poco. Se bastasse a formare dei geni, lo sarebbero anche Esiodo e Pitagora. La vera sapienza non consiste nell’imparare molte cose, ma nello scoprire quella sola che le regola in tutte le occasioni”.


Eraclito dice che il mondo appare vario solo agli occhi degli stupidi; in realtà quello che varia sono solo le forme di un solo elemento, sempre quello: il fuoco. Da esso si sprigionano dei gas. I gas precipitano in acqua. E dai residui dell’acqua, dopo l’evaporazione, si formano i solidi che costituiscono la terra e che gli sciocchi, prendono per realtà, mentre le realtà vera è una sola: il fuoco con i suoi attributi di condensazione e rarefazione. Questo eterno trasformismo dal gassoso al liquido al solido e viceversa è l’unica vera, indiscutibile realtà della vita, dove nulla è, tutto diventa.

Scoperto dunque cosa sono le cose e come cambiano, Eraclito arriva alla più disperata e scoraggiante delle conclusioni: cioè che tutto presuppone il proprio contrario. Esiste il giorno perché esiste la notte nella quale si trasforma, e viceversa. Esiste l’inverno in quanto esiste l’estate. E anche la vita e la morte si condizionano a vicenda, sì da essere in fondo la stesa cosa. E anche il Bene e il Male. Perché non è che una fluttuazione, ora in un senso ora nell’altro, dello stesso eterno elemento: il fuoco. E come la tensione di una corda crea quelle vibrazioni che si chiamano, secondo la loro frequenza, “note” e produce la musica, così l’alternarsi degli opposti (freddo e caldo, bianco e nero, guerra e pace, ecc…) crea la vita e le dà il suo significato. Essa è un’eterna lotta fra gli opposti: fra uomini, fra sessi, fra classi, fra nazioni, fra idee. Coloro che non ammettono il proprio nemico o cercano di distruggerlo, sono dei suicidi. Perché senza di esso anche loro saranno morti.

Trasportata sul piano religioso, questa concezione approda all’ateismo totale. Cosa ci starebbe a fare un dio, immobile e quindi negazione del cangevole, quando il fuoco ne monopolizza già tutti gli attributi e i poteri? Dio non c’è, e le sue statue sono solo dei pezzi di pietra con cui è inutile intavolar conversazione e a cui è un perditempo sacrificare bestie. E perché l’uomo dovrebb’essere immortale? Lo è il fuoco, di cui egli non rappresenta che una labile fiammella. Ma la fiammella, in sé, è destinata a spengersi con la morte; la quale, come la nascita in cui la candela si accende, non rappresenta che una trascurabile fase di quel continuo cambiamento del Tutto dal gassoso al liquido, dal liquido al solido, e dal solido di nuovo al gassoso, sotto lo stimolo dell’eterno fuoco. Diamogli pure, per comodità il nome di dio, a questo fuoco. Ma non alteriamone gli attributi. Tutto ciò che diciamo e facciamo in suo nome corrisponde ai nostri pregiudizi e convenzioni, non a quelli suoi. Per lui non ci sono né cose buone né cose cattive, perché ognuna di esse, avendo in sé ed equivalendo al proprio contrario, è ugualmente giustificata. Ciò che noi chiamiamo “il Bene” è ciò che serve ai nostri interessi, non a quelli di dio. Il quale ci giudicherà, ma come giudica, appunto, il fuoco, distruggendo tutte le candele, senza discriminare fra buone e cattive, per accenderne altre, che a loro volta saranno distrutte.

Ma con ciò non si creda che il fuoco faccia tutto questo senza un ordine e un criterio. Il vero sapiente, cioè non colui che ha stivato molte nozioni nel proprio cervello, ma colui che sa guardare il mondo e la vita nel loro panorama, vi coglie una Ragione, cioè una Logica. Il Bene, o la Virtù, consiste nell’adeguarvi la propria vita individuale. Consiste nell’accettare senza ribellioni la legge di questo continuo ed eterno cambiamento, cioè anche la propria mortalità. Chi ha compreso la necessità di tutti i contrari sopporterà la sofferenza come l’inevitabile alternativa del piacere e perdonerà al nemico riconoscendovi il completamento di se stesso. Egli non potrà lamentarsi delle lotte che dovrà sostenere, perché è proprio la lotta la molla di tutti i cambiamenti, cioè la madre della vita stessa. La lotta fa del vincitore un padrone e del vinto uno schiavo. E’ normale. Ed essendo normale, è anche morale. Come potrebbe esistere la libertà degli uni senza il servaggio degli altri? Il senso della libertà ce lo danno le prigioni, come quello della ricchezza ce lo danno i mendicanti, e della buona salute i malati. Un giorno tutto andrà divorato nello stesso modo dall’identico fuoco.

Questa fu, in riassunto, la grande idea che regola tutte le cose in tutte le occasioni, di cui Eraclito andò in cerca sulla montagna, e di cui raccontò la scoperta in quell’ermetico libro di cui i frammenti son giunti fino a noi. E fu una grande idea, perché tutti i filosofi posteriori a lui vi attinsero a piene mani. Gli stoici si appropriarono il concetto dell’equivalenza di ogni cosa col suo opposto, i razionalisti vi pescarono quella della Ragione; e i cristiani quella della finale palingenesi o Giudizio universale. Ma questo, oltre che alla grande intuizione, è dovuto anche alla diabolica furberia di Eraclito che, scrivendo in quello stile contorto e nebuloso, pronunciò verdetti che si prestavano alle più diverse interpretazioni e in cui ognuno poteva trovare ciò che più gli faceva comodo. Infatti non c’è stato filosofo al modo, da Hegel a Bergson, a Spencer, a Nietzsche, che non abbia citato in proprio aiuto Eraclito. Questo spregiatore degli uomini è uno degli uomini che gli altri uomini abbiano più onorato.


Indro Montanelli “Storia dei Greci” Eraclito

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Non pare che fosse molto bella. Minuta di corpo e fragilina, rassomigliava a un carboncino acceso per via della pelle, dei capelli e degli occhi nerissimi. Ma, come tutti i carboncini accesi, bruciava chiunque vi si avvicinasse. Aveva insomma quello che oggi si chiama il sex-appeal e quel difetto di cervello e di assennatezza che nelle donne e nei bambini costituisce un irresistibile fascino. Essa stessa si proclamava “una testolina sventata” e riconosceva di avere “un cuore infantile”.


Indro Montanelli “Storia dei Greci” Saffo

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La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente. In altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto e l’irrilevante accade nella realtà.


Robert Musil “L’uomo senza qualità”

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L’aspettavo, ella disse, e Ulrich non capì bene se fosse una gentilezza o un rimprovero. La mano che lei gli porgeva era paffuta e senza peso. Egli la trattenne un po’ troppo a lungo, i suoi pensieri non riuscirono a staccarsi subito da quella mano. Stava nella sua come un petalo carnoso, le unghie appuntite simili a eleutre sembravano sul punto di volare via con lei nell’irreale. Ulrich pensava sbalordito alla stranezza della mano femminile, un organo umano abbastanza impudico in fondo, che si caccia dappertutto come il muso di un cane, ma ufficialmente è la sede della lealtà, della nobiltà e della raffinatezza.


“L’uomo senza qualità” Robert Musil

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Arnheim era persuaso che è un segno di grandezza non criticare troppo i propri tempi. Il miglior cavaliere col miglior cavallo, se non se la intende con lui, salta un ostacolo con assai maggiori difficoltà che un cavaliere affiatato col suo ronzino.


Robert Musil “L’uomo senza qualità”

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In campagna gli dei visitano ancora gli uomini, egli pensò, si è qualcuno e si vive qualcosa, ma in città, dove gli eventi sono mille volte più numerosi, non si è più capaci di trovare il nostro rapporto con essi, e da lì ha origine la famigerata astrattezza della vita. Ma mentre così pensava, sapeva pure che la città amplifica mille volte il potere dell’uomo, e anche se nei particolari la riduce al decimo, lo ingrandisce cento volte nel complesso; però un ritorno indietro per lui era fuor di questione! Come uno dei pensieri apparentemente distaccati e astratti che così spesso nella sua vita acquistavano un valore immediato, gli venne in mente che la legge di questa vita a cui si aspira oppressi sognando, la semplicità non è se non quella dell’ordine narrativo, quell’ordine normale che consiste nel poter dire: “dopo che fu successo questo, accade quest’altro”. Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l’opprimente varietà della vita; infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! Beato colui che può dire: “allorché”, “prima che”, e “dopo che”! avrà magari avuto tristi vicende, si sarà contorto dai dolori, ma appena gli riesce di riferire gli avvenimenti nel loro ordine di successione si sente così bene come se il sole gli riscaldasse lo stomaco. Da questo il romanzo ha tratto artisticamente vantaggio; il viandante ha un bel camminare per la strada maestra sotto una pioggia torrenziale o gemere coi piedi nella neve a venti gradi sotto zero, il lettore non ne ricava che un sentimento di benessere, e sarebbe difficile capirlo se l’eterno trucco della poesia eroica, col quale persino le bambinaie calmano i loro piccoli, questo sperimentato “accorciamento prospettico dell’intelligenza”, non facesse già parte della vita. Nella relazione fondamentale con se stessi, quasi tutti gli uomini sono dei narratori. Non amano la lirica, o solo di quando in quando, e se anche nel filo della vita si annoda qualche “perché” o “affinché”, essi esecrano ogni riflessione che vada più in là: a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un”corso” si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos. E Ulrich si accorse di aver smarrito quell’epica primitiva a cui la vita privata ancora si tien salda, benché pubblicamente tutto sia già diventato non narrativo e non segua più un “filo ma si allarghi in una superficie sterminata.


Robert Musil “L’uomo senza qualità”

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Godo ogni volta di vederti così giovane e bella, e poi di sentirti dire che non possiedi un briciolo d’energia. Già la nostra epoca scoppia di dinamismo. Non vuole saperne di pensieri, chiede soltanto azioni. Questa terribile energia proviene unicamente dal fatto che non si ha nulla da fare. Internamente voglio dire. Ma infine anche esternamente ciascuno ripete per tutta la vita la stessa identica azione: entra in un’attività professionale e seguita per quella via”


Robert Musil “L’Uomo senza qualità”

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Non viaggio mai senza il mio diario. Bisogna sempre avere qualcosa di strabiliante da leggere in treno.


Oscar Wilde

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Aspettando il Paradiso, per ingannare la noia dell’attesa, l’uomo ha inventato l’ Arte, la più nobile delle dilettazioni umane.

Osvaldo Licini

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Parabola della rana e dello scorpione

-Paziente: sono in un mare di guai dottore, sul serio, non ho la forza né il coraggio di continuare così e anche se l’avessi non lo vorrei fare. Ogni giorno che passa sono sempre più depresso, divento sempre più disperato. Mi sento peggio di quando ho cominciato a venire da lei.

-Medico psicanalista: quando ha cominciato con me lei era un relitto.

-Paziente: sono ancora un relitto, non sono cambiato.

-Medico psicanalista: non ha ancora capito che cambiare totalmente il carattere di una persona è quasi impossibile?

-Paziente: no! Non l’ho capito dottore ma se avessi saputo che non potevo cambiare le cose, le pare che sarei venuto da lei?

-Medico psicanalista: non ho detto che lei…

-Paziente: ma se ha detto che è impossibile!

-Medico psicanalista: ho detto che è quasi impossibile!

-Paziente: bah…, Cristo, dottore, andiamo! Non è che quasi cambi molto!

-Medico psicanalista: se cambiasse molto non ci sarebbero gli analisti.

-Paziente: ah…, devo dire che è una prospettiva niente affatto spiacevole dottore.

-Medico psicanalista: le ho mai raccontato la storia della rana e dello scorpione?

-Paziente: no


-Medico psicanalista: uno scorpione che non sapeva nuotare, dovendo guadare un fiume chiese a una rana di portarlo sulle spalle. La rana disse: Eih!… mica sono matta, a metà del guado tu mi pungi e io muoio. Ma non è ragionevole, disse lo scorpione, se ti pungessi e tu morissi io affogherei. La rana ci pensò un po’ e poi disse: sali su! Arrivati a metà del guado lo scorpione punse la rana e mentre la rana moriva disse allo scorpione: “Ma adesso tu annegherai!” e lo scorpione rispose:”E’ vero, lo so!” Ma non è ragionevole, disse la rana e lo scorpione rispose: “La ragione è una cosa, il carattere è un’altra. Sono uno scorpione. E’ il mio carattere”.

-Paziente: lo sa che cosa avrei voglia di dirle?

-Medico psicanalista: sì, vorrebbe dirmi di andare a fare in culo e forse me lo dirà perché questo è il suo carattere.

Paziente: ci vediamo martedì.


Dialogo dal film “Skin deep” di Blake Edwards (italiano: “Il piacere è tutto mio”)

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L’arte non mostra

ciò che si vede.

Essa rivela l’invisibile.”.

Paul Klee

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Chi fissa i propri occhi esclusivamente sul bene, è incapace di apprendere perché non conosce il male. E questo può prenderlo alla sprovvista. (Murasaki Shikiku).


Da un articolo del Corriere della Sera di Pulo Coelho


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La vita ci esorta continuamente: “Partecipa!” La partecipazione è necessaria per la nostra gioia, ma anche per la nostra protezione. Chi si astiene di fronte alle barbarie che vede, rende un servigio alla forza delle tenebre, e per questo un giorno dovrà pagare. Ci sono momenti in cui evitiamo la lotta, con i pretesti più diversi: serenità, maturità, senso del ridicolo. Vediamo l’ingiustizia che viene fatta al nostro prossimo e tacciamo. “Non voglio immischiarmi in litigi”, è la spiegazione. Questo non ha senso. Chi percorre un cammino spirituale, fa proprio un codice d’onore che deve essere rispettato. La voce che protesta contro ciò che è sbagliato viene sempre ascoltata da Dio. Se il nostro fratello non ha più le forze per reclamare, è il nostro turno di farlo per lui.


Paulo Coelho

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Non sono perfetta, mi piacciono più la neve e il ghiaccio che l’amore. Mi è più facile interessarmi alla matematica che amare il prossimo. Ma sono ancorata a qualcosa di saldo nell’esistenza. Lo si può chiamare senso dell’orientamento, intuizione femminile o quello che si vuole. Ho delle fondamenta e più in basso non posso cadere. Può essere anche che sia riuscita a organizzarmi la vita fin troppo bene. Ma sono sempre aggrappata, almeno con un dito alla volta, allo Spazio Assoluto.

Per questo c’è un limite oltre il quale il mondo non può andare così storto, e naturalmente le cose non possono andare così male, senza che io me ne accorga. Ora so, senza ombra di dubbio, che qualcosa non va”


“Il senso di Smilla per la neve” Peter Hoeg

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Poi mi siedo sul divano. Prima arrivano le immagini della giornata passata. Lascio che se ne vadano. Poi arrivano i ricordi di quando ero piccola, ora leggermente deprimenti, ora dolcemente gai, e lascio che seguano gli altri. Poi viene la pace. A quel punto metto su un disco, mi siedo e piango. Non piango per qualcuno o per qualcosa. In un certo senso la vita che ho l’ho creata io, e non la desidero diversa.

Piango perché nell’universo c’è una cosa bella come Kremer che suona il concerto per violino di Brahms”


“Il senso di Smilla per la neve” Peter Hoeg

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Ci vogliono molti anni per diventare giovani.


Pablo Picasso

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Decidi dentro

te stesso e la cosa

è fatta”

Adagio cinese

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Il mondo si scosta per chiunque sappia dove vuole andare.


Dal film “Quella nostra estate”

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La felicità è sempre a spese di qualcun altro. E’ una legge della vita.


Raf Vallone

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Charles Darwin fu il primo a capire che l’evoluzione è causata dalla selezione naturale e che la selezione naturale significa morte. Egli comprese anche che moltissime morti (ossia gran parte della selezione naturale) sono necessarie per compiere un piccolo mutamento permanente nella forma o nel comportamento di un organismo.

Senza morte, gli organismi non cambiano nel corso del tempo. Senza morte, la vita non avrebbe mai superato la complessità delle più semplici molecole autoreplicanti. Senza innumerevoli e ripetute morti le braccia di una stella di mare non sarebbero mai comparse. La morte è la madre delle strutture viventi. Ci vollero quattro miliardi di anni, un terzo dell’età dell’universo, perché la morte potesse creare la mente umana. Con altri quattro miliardi di anni di morte, o forse con cento miliardi di anni di morte, chi può escludere che la morte non possa giungere a creare una mente così potente e sottile da essere in grado di rovesciare il destino dell’universo fino a diventare Dio? L’odore nell’obitorio di Manhattan non è l’odore della morte; è l’odore della vita che cambia forma. E’ la prova che la vita è immortale e indistruttibile.


Richard Preston “Il giorno del cobra”

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Considero la noia un indice di intelligenza superiore e credo che la sua importanza sia davvero enorme”.


Bertrand Russel

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E’ necessario ponderare.

Ciò che era vero in principio, rimane vero.

Il dolore fa pensare.

Il pensiero rende l’uomo saggio e la saggezza aiuta a sopportare la vita”.


Ultima frase pronunciata da Marlon Brando nel film “La casa da té alla luna d’Agosto”

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Se l’arte figurativa è la videocronaca dell’umana ricerca della felicità, io sono un anello di questa lunga catena di videoartisti. Allora mi chiedo a che cosa porta la ricerca della felicità quando si coniuga con la sensualità e i moderni principi fondati sull’indeterminazione? Risultato dell’artificio è l’oggetto ansioso che chiamo quadro e questo mi risponde. Non la fotografia, non il video, ma il quadro.

Il quadro è il corpo senza organi, è la pelle portatrice dell’eterno tatuaggio che denota unicità, vitalità, abbandono.

Il quadro è il figlio, la creatura che non corrisponde ad alcun progetto né pianificazione; esso è ritenuto non necessario e perciò ha il compito di divenire indispensabile. Il quadro è il corpo, che per sua stessa natura, può solo aspirare all’immortalità o, come dice Gino De Dominicis, alla propria immortalità fisica.

L’operazione di trapianto, espianto e trapianto, dal quadro alla pelle, dal corpo al quadro, dalla pelle alla pelle, dura il tempo d’un colpo d’occhio o il tempo del gatto che sfugge alla presa.


Sandro Chia dal Corriere della Sera, 13 Aprile 2004

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Non voglio che i giovani della mia tribù diventino uguali a voi.

Gli uomini che pensano solo a lavorare non hanno tempo per sognare, e solo chi ha tempo per sognare trova la saggezza.

Smohalla Nasi Forati

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C’era una volta un Dio egizio che si chiamava Theuth. Egli fu l’inventore dei numeri, della geometria, dell’astronomia, del gioco dei dadi e della scrittura.

Un giorno Theuth andò da Thamus, il re dell’Alto Egitto e gli presentò tutte le sue invenzioni.

Quando giunsero all’alfabeto, Theuth disse. “Questa scienza sarà una medicina miracolosa per la sapienza e per la memoria dei tuoi sudditi” E il re rispose: “O ingegnoso Theuth, il tuo alfabeto produrrà proprio il contrario di ciò che vai dicendo. Gli egiziani, infatti, fidandosi della sapienza scritta, non eserciteranno più la memoria e richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, come dovrebbero, ma dal di fuori, attraverso segni estranei.


Favola raccontata da Socrate nel “Fedro” di Platone.

Dal saggio “Socrate” di Luciano De Crescenzo


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Pare che il giorno in cui nacque Afrodite, gli Dei abbiano tenuto sull’Olimpo un grande banchetto e che fra i tanti invitati ci fosse anche Poros, il Dio dell’Espediente o se preferite, dell’Arte di arrangiarsi. A questa festa accaddero molte cose: arrivò Penìa, la Povertà, ma non la fecero entrare perché era troppo malvestita, e lei rimase fuori della stanza del banchetto nella speranza di rimediare qualcosa, un avanzo o una coscetta di pollo. Poros esagerò nel bere: a un certo punto, completamente sbronzo, uscì all’aperto e, fatti appena due passi, crollò al suolo. Al che Penìa, vedendoselo davanti lungo disteso, pensò bene di approfittarne. “Io sono la Dea più povera, questo è Poros, il più furbo di tutti gli Dei: Chissà che accoppiandomi con lui non riesca a migliorare la mia sorte. E dall’unione della Povertà con l’Arte di arrangiarsi nacque l’Amore.


Socrate al simposio sull’amore. “Socrate“ di Luciano De Crescenzo

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Critone: e non pensi che la televisione possa migliorare il mondo più di quanto tu non riesca a fare parlando con gli ateniesi, porta a porta?

Socrate: forse potrebbe farlo. Resta comunque il problema che la televisione non accetta domande, è come un uomo che parla in continuazione senza mai prestare ascolto.

Critone: non è quello d’ascoltare il suo compito, bensì quello d’informare. Si presume che, a seguito delle notizie trasmesse, possa poi aver luogo una discussione tra gli spettatori.

Socrate: mai vista una famiglia ateniese spegnere il televisore per dare inizio a un dibattito. No, mio buon amico, temo proprio che il nostro secolo sia condannato alla passività!

Donne che trascorrono al vita in silenzio a guardare al televisione, uomini che vanno a vedere la partita di calcio senza praticare uno sport, ragazzi e ragazze che ballano da soli senza mai sussurrarsi poetiche frasi all’orecchio! Dammi ascolto, o Critone, è la parola il vero dono di Dio, è il dialogo l’unica alternativa che hanno i nemici per evitare la contesa. Beati coloro che parlano anche quando parlano troppo.


“Socrate” di Luciano De Crescenzo

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I desideri sono

spesso tutto ciò

che si ha.


Dal film “Spara alla luna” regia di Alan Parker

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In ogni visione tragica della vita è presente la lotta: una lotta per la verità, una lotta per conoscere il bene e il giusto, per non rassegnarsi al nulla. Il sentimento tragico non consiste in una estatica contemplazione della smisurata grandezza del male, né dell’abbandono all’indefinibile potenza cosmica. Esso è azione e pensiero dell’azione che affronta il pericolo, l’inevitabilità della colpa e la rovina che può derivare dalla stessa azione, in grado di sottrarre la persona al vuoto e all’assenza di valore.

Soltanto se l’uomo incomincia ad agire, il tragico può diventare esperienza di vita. Viene allora provocata la sostanza del tragico, perché ad essere violati sono l’ordine, le norme universali, la morale codificata, perché viene sfidato un potere molto più grande della forza di chi agisce. Proprio da questo paradosso nasce il sentimento tragico: agire sapendo di entrare in conflitto con potenze superiori, per riuscire a comprendere, per accedere alla verità e alla giustizia, per non subire passivamente la legge.

L’azione affronta una necessità superiore. Lo scontro può portare alla distruzione del singolo e alla salvezza di molti, può essere la scomparsa di un esistenza individuale per ottenere le liberazioni di altri.


Stefano Zecchi “Sillabario dell’ultimo millennio”

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No New Years Day to celebrate

No chocolate covered candy harts to give away

No first of spring

No song to sing

In fact is just another ordinary day


No April rain

No flowers bloom

No wedding Saturday within the month of June

But what it is, it’s something true

Made up of this three words that I must say to You:


I just call to say I love you

And I mean it from the bottom of my hart.


No summer’s high

No warm July

No harvest moon to light one tender August night

No Autumn breeze

No falling leaves

Not even time for birds to fly to southern skies


No Libra sun

No Halloween

No giving thanks to all the Christmas joy you bring

But what it is, though all so new

To fill your hart like no three words could ever do:


I just call to say I love you

And I mean it from the bottom of my hart.


Steve Wonder “ I just call to say I love you”

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Non sta a te terminare l’opera, ma non puoi esimerti dall’impegno.


Talmud

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Non eravamo poveri, eravamo dei ricchi che avevano pochi soldi…e c’era una bella differenza!”

Dal film “Teneramente in tre”

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La sola e assoluta conoscenza ottenibile dall’uomo, è, che la vita è senza significato.


Tolstoj

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Si! E’ la verità! Capisce, in un processo penale si impara a guardare ai fatti da una prospettiva diversa. Forse è una prospettiva distorta ma è così. In un caso come il nostro…lei è…mostra di essere troppo intelligente, troppo colta, troppo lontana dal mondo di un personaggio come Herbert 92 X, e di conseguenza, qui sta l’ironia del caso, troppo in grado di capire i problemi e quindi come dicono i francesi, rischia di capire tutto e perdonare tutto.


Tom Wolfe “Il falò delle vanità”

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La vera intelligenza consiste nel saper sfruttare nel modo giusto tutte le occasioni.


“Topolino e gli invasori preistorici” “Historia Papera”

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Ognuno ha la faccia che ha, ma c’è gente che esagera.


Totò

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Provate a guardare negli occhi il vostro cane e ad affermare che non ha un’anima.


Victor Hugo

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Ad ogni modo, la primissima frase che vorrei scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo in mano il foglio intitolato “Le donne e il romanzo”, è fatale che chiunque scriva abbia in mente il proprio sesso. E’ fatale essere un uomo o una donna puramente e semplicemente; si deve essere donna maschile o uomo femminile. Per una donna è fatale porre il benché minimo accento sui motivi di risentimento che può avere; prendere le difese di qualunque causa, anche se giusta; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E fatale non è una figura retorica; perché qualunque cosa scritta con quel consapevole pregiudizio è destinata a morire. Non è più fertile. Per quanto brillante ed efficace, potente e magistrale possa apparire per un giorno o due, con il sopraggiungere della sera deve avvizzire; non può crescere nella mente degli altri. Una qualche forma di collaborazione deve necessariamente aver luogo nella mente, tra la donna e l’uomo, prima che l’arte della creazione possa realizzarsi. Un qualche matrimonio degli opposti si deve consumare. La mente tutta deve mostrarsi aperta, se dobbiamo ricevere la sensazione che lo scrittore sta comunicando la sua esperienza in tutta la sua pienezza. Ci deve essere libertà e ci deve essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, una volta che la sua esperienza è conclusa, deve sdraiarsi e consentire alla mente di celebrare le proprie nozze nel buio. Non deve guardare né mettere in dubbio quanto sta accadendo. Piuttosto, egli deve sfogliare i petali di una rosa o mettersi a guardare i cigni che galleggiano tranquillamente lungo il fiume. E rividi la corrente che si era portata via la barca e lo studente e le foglie morte; il taxi aveva portato via l’uomo e la donna - pensavo vedendoli arrivare attraversando la strada – e la corrente li aveva trascinati con se, pensavo sentendo in lontananza il rombo del traffico di Londra in quel flusso tremendo.


Virginia Woolf “Una stanza tutta per se”

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Ci sono posizioni che, pur essendo negative, finiscono per avere un effetto benefico. Non è da escludere, infatti, che oggi certi comportamenti irrazionali siano uno strano segnale di salvezza: ”concludiamo così che non è in potere di ciascun uomo di vivere sempre secondo ragione, ritrovarsi sempre nel grado più alto dell’umana libertà, e sempre ciascuno cerca quanto può di conservare il proprio essere, e che siccome ciascuno ha altrettanto diritto quanta è la potenza di cui dispone (IL TERMINE POTENZA E’ FONDAMENTALE IN QUESTO TRATTATO, PERCHE’ RAPPRESENTA CIO’ SU CUI SI POGGIA LA STRUUTURA DEL POTERE POLITICO) qualunque cosa uno pensi o faccia, sia egli sapiente o ignorante, lo tenta o fa in pieno diritto naturale, donde segue che il diritto è l’istituto naturale, sotto il quale tutti gli uomini nascono e per la maggior parte vivono, non vieta ciò che nessuno desidera e che non è in potere di alcuno, né esso esclude le contese, gli odi, gli inganni, in una parola nulla che l’appetito comporti – E la cosa non stupisce perché la natura non si esaurisce nelle leggi della natura umana, che non hanno riguardo se non alla vera utilità e alla conservazione degli uomini, ma si estende a infinite altre che riflettono l’ordine eterno della intera natura e quindi prevede anche il male a suo danno.


Vittorio Sgarbi “A regola d’arte” (citando il trattato politico di Spinoza)

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Io canto l’individuo, la semplice singola persona,

e, insieme, parlo della Democrazia, e parlo della Massa,


io canto la fisiologia da capo a piedi,

né la sola fisionomia né il solo cervello meritano la Mu-

sa: io affermo che la Forma completa ha maggior

pregio,

io canto tanto il Maschio che la Femmina.


La Vita immensa con le sue passioni, i suoi impulsi, la

sua energia,

pieno di gioia, per le più libere azioni che si svolgono

sotto le leggi divine,

L’Uomo Moderno io canto.


Walt Whitman “Io canto l’individuo” da “Dediche”

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Io, imperturbabile, sto bene nella Natura,

padrone di tutto o signora di tutto, sicuro di me nel mez-

zo delle cose irrazionali,

permeato come esse, passivo, ricettivo, silenzioso come

esse,

scopro la mia occupazione, la povertà, la fama, i

punti deboli, i delitti, sono meno importanti di

quanto pensassi,

io, verso il mare del Messico, o a Mannahatta, o nel

Tennessee, o nell’estremo nord, o nell’interno,

un rivierasco, o un abitante dei boschi, o un fattore in

uno qualunque di questi stati, o della costa, o dei

laghi, o del Canada,

dovunque io trascorra la mia vita, oh essere equilibrato

in ogni circostanza,

affrontare la notte, le tempeste, la fame, il ridicolo, gli

accidenti, i rifiuti, come fanno le piante e gli ani-

mali.


Walt Whitman “Io imperturbabile”

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Stanno sedute o si muovono qua e là, le donne, alcune

anziane, altre giovani,

le giovani son belle – ma le anziane sono ancora più bel-

le delle giovani.


Walt Whitman “Bella Donna” da “Lungo la strada”

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O Capitano! Mio capitano! Siamo alla fine del nostro

duro viaggio,

la nave ha superato ogni tempesta, abbiamo vinto il premio agognato,

il porto è in vista, sento le campane, tutto il popolo esulta,

gli occhi seguono la salda chiglia, l’audace e severo vascello.

Ma, o cuore, cuore, cuore!

O rosse gocce di sangue

sul ponte dove giace il mio Capitano

caduto, freddo, morto.


O capitano! Mio capitano! Alzati e ascolta le campane,

alzati – è per te che sventola la bandiera – per te squillano le trombe,

sono per te i fiori e le ghirlande con i nastri, per te le rive piene di gente,

ti invoca la folla ondeggiante, ognuno volge ansioso il

viso,

Ecco, Capitano! Padre caro,

ecco il braccio sotto la tua nuca.

E’ solo un sogno che tu sia qui sul ponte

caduto, freddo, morto.


Non risponde, no, il mio Capitano, le labbra esangui e

inerti,

non sente il mio braccio, no, il padre mio, non gli batte

il cuore, non ha una volontà,

la nave è in porto, ancorata sana e salva, concluso è il

suo viaggio,

dal duro viaggio è tornata trionfale, ha raggiunto la

mèta.

Esultate, rive! E voi, campane, suonate!

Io, invece, col mio passo funebre

cammino sopra il ponte dove giace il Capitano,

caduto, freddo, morto.


Walt Whitman “O capitano! Mio capitano!” da “In memoria del presidente Lincoln”

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Stupendo è il visibile, stupenda la luce, per me – stupendi il cielo e le stelle,


Stupenda la terra, e stupendi il tempo e lo spazio che durano per sempre,


Stupende le loro leggi, così multiformi, sbalorditive, evolutive.


Ma ancora più stupenda è l’invisibile mia anima, che

comprende e nutre tutto questo,

che accende la luce, il cielo e le stelle, scava la terra e

solca il mare,

(che cosa mai sarebbero tutte queste cose, infatti, senza

te, anima invisibile? Che valore avrebbero?)

Più evolutiva, più vasta, più sbalorditiva, tu, anima mia!

Ben più multiforme – più durevole di tutte queste cose.


Walt Whitman “Stupendo è il visibile” da “Addio mia fantasia”

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Il cielo era di un azzurro intenso e la brezza recava i buoni odori della campagna. Nell’aria c’era una limpidità dolce che sapeva cacciar via tutti i cattivi pensieri. I due, camminando a passo svelto, respiravano a pieni polmoni e con piacere l’aria del radioso pomeriggio estivo. A una svolta, la signorina Ley emise un gridolino di gioia: aveva visto una siepe di rose selvatiche. “Hai un temperino?” Chiese al compagno. “Cogline qualcuna”. Rimase lì mentre Frank coglieva un bel fascio di fiori semplici e freschi. Glielo offrì e lei lo tenne con le due mani.

Io amo queste rose”. Disse la signorina Ley, “perché sono le stesse che crescono a Roma nei sarcofaghi dei giardini nobili. Crescono da quelle vecchie tombe per annunciarci che la vita vince sempre sulla morte. Che m’importa delle malattie, della vecchiaia, degli acciacchi! Il mondo può riempirsi di guai e di delusioni per noi, può anche darci solo una decima parte di quanto chiediamo, anche l’odio invece che l’amore e la delusione, la perfidia, la volgarità e Dio solo sa cos’altro; ma c’è una cosa che compensa tutto, che porta via la giostra dalla fiera miserevole e le dà un significato, una solennità e una magnificenza per cui la vita merita di essere vissuta. E in nome di tutto questo ogni nostra sofferenza viene ampiamente compensata”.

E che diavolo è questa cosa?” chiese Frank con un sorriso. La signorina Ley lo guardò con occhi luminosi, le guance colorite, tendendogli le rose. “Ma suvvia, è la bellezza, sciocco!” esclamò allegramente. “La bellezza!”


William Somerset Maugham “La giostra”

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"Per te sono ateo, ma per Dio sono una leale opposizione"

"Al gioco sono sfortunatissimo. Sono l'unico al mondo cui capita una mano di poker con cinque carte senza che ce ne siano due dello stesso seme"


"Avevo una ragazza e dovevamo sposarci, ma c'era un conflitto religioso. Lei era atea e io agnostico. Non sapevamo senza quale religione educare i figli"


"Oh, sei in analisi!".

Si' da 15 anni".

"15 anni? ".

"Si', adesso gli do un altro anno di tempo e poi vado a Lourdes"


"Il sesso senza amore è un'esperienza vuota, ma con le esperienze vuote che corrono di questi tempi...".


"Non sono un atleta. Ho cattivi riflessi. Una volta sono stato investito da un'auto spinta da due tizi".


"Il mio primo film era cosi' brutto che in sette Stati Americani aveva sostituito la pena di morte".


"Nixon era un bravo Presidente, pero' quando usciva dalla Casa Bianca il servizio d'ordine contava l'argenteria"


"Sono stato picchiato, ma mi sono difeso bene. A uno di loro gli ho rotto la mano; mi ci e' voluta tutta la faccia, ma ce l'ho fatta!"


"Leonard Zelig veniva spesso picchiato dai genitori. La famiglia Zelig abitava sopra a un bowling, ma erano spesso gli avventori del bowling a protestare per il troppo rumore"


"M'innamorai subito di lei, dopo un quarto d'ora avevo deciso di non rubarle piu' la borsetta"


"Amare e' soffrire. Se non si vuol soffrire non si deve amare. Pero' allora si soffre di non amare, pertanto amare e' soffrire, non amare e' soffrire e soffrire e' soffrire. Essere felici e' amare, allora essere felici e' soffrire, ma soffrire ci rende infelici, pertanto per essere infelici si deve amare o amare e soffrire o soffrire per troppa felicita'... io spero che TU stia prendendo appunti...".


"Zelig racconta: "Ho 12 anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual e' il significato della vita. Lui mi dice qual e' il significato della vita. Ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l'ebraico. Lui chiede 600 dollari per darmi lezioni di ebraico"


"E' sporco il sesso? Certo, ma solo se e' fatto bene


"Linda: "Ma tu ti cuoci solo cibi surgelati ?".

Allen: "Cuocerli? E chi li cuoce? Io neanche li scongelo. Li succhio come se fossero ghiaccioli!".


"Ricordo gli insegnanti della scuola pubblica che frequentavo. Ecco c'era un detto da noi che diceva: ’Quelli che non sanno far niente insegnano, e quelli che non sanno neanche insegnare, insegnano ginnastica"


Battute di Woody Allen

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Sally. “mm…E comunque, ho imparato che l’amore non deve necessariamente essere passionale e romantico. E’ anche compagnia e amicizia e, uh…sa, è come un paraurti contro la solitudine.”


Jack: “Questo è davvero importante. Avere qualcuno con cui invecchiare. Penso che la cosa più dura, che distrugge tanta gente, sono le aspettative illusorie.”


Sally: “Si, assolutamente.”


Voce dell’intervistatore: “E le cose di cui non si può parlare? Come ad esempio i problemi sessuali?”


Jack: “Ah, quelli…”


Sally: “…irrisolti.”


Voce dell’intervistatore: “Irrisolti?”


Sally: “Beh, ci sono cose che non si possono risolvere e allora…ci si deve convivere. Si mette una pezza qua e là, ma qualche volta i buchi vengono fuori.”


Dal film “Mariti e mogli” di Woody Allen

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Intervistatrice: quale dei suoi films le piace? Ce n’è qualcuno tratto dalla sua vita? Ha trovato niente di lui nei suoi films?


Madre di Woody Allen: qualche volta si, ma molto raramente. Lui aggiunge e sottrae dalla sua vita.

Racconta una storia e fa un film che non è come la sua vita e alcune cose le aggiunge, ma…

No, non vuole fare un film sulla sua vita. - La gente lo sa. – Mi piace perché ti racconta una storia che può anche non essere vera, che magari è improbabile ma è una storia.


Intervista alla madre di W. Allen nel film “Wild man blues” con W. Allen e Soon Yi Previn

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